“La violenza sessuale non è un mero fatto isolato nella vita di una persona. È piuttosto la porta d’ingresso di un inferno dal quale, come in un labirinto, non si trova più la via d’uscita”.
Con questo messaggio Laura Silva ha presentato “La cicatrice che per sempre resta”, una pièce che l’ha vista protagonista, insieme a Matías Ferrer, al “piccolo Teatro Campo d’Arte” dal 20 al 23 maggio. Il testo è il riadattamento dell’attrice de “Lo stupro di Lucrezia”, un poemetto di William Shakespeare del 1594, per la regia di Emilce Puyada.
L’opera originale è ambientata ai tempi di Tarquinio il Superbo, re di Roma, e Lucrezia è la moglie fedele di Collatino, un soldato impegnato nell’assedio romano di Ardea. Sesto Tarquinio, figlio del Re, resta ammaliato dalla bellezza della donna e una notte, introdottosi di nascosto nelle sue stanze, le usa violenza.
Laura Silva si ispira alla vicenda per mettere in scena un tema forte e angosciante che, per crudeltà e vergogna, colpisce con la stessa carica di violenza il mondo femminile a tutte le età e in tutte le epoche. La recitazione diventa una supplica, non solo il grido di dolore di chi viene privato della propria femminilità. La disperazione e lo smarrimento impregnano la scena. Il riscatto e la speranza non hanno ragione di essere. L’unica via d’uscita è il suicidio.
L’autrice pone l’accento sull’aspetto umano del dramma. Solo una madre, sorella, moglie, figlia può immedesimarsi nello stato d’animo di una donna violata, coglierne lo strazio che lacera l’anima.
La tragicità, che emerge dall’intenso monologo della protagonista, è amplificata dalle coreografie di Gisela Delgado, dalle musiche di Mauricio Motille e Gérard J.H. Clément e dai chiaroscuri del light designer Alejandro Szklar. Gli unici elementi scenografici sono uno specchio e un lavabo colmo d’acqua, che diventano metafora e riflesso dello spirito di Lucrezia. I costumi disegnati da Facundo Veiras e realizzati da Noelia Moreno rimandano all’epoca d’oro della Roma governata dagli etruschi.
Un lavoro ben studiato questo della compagnia argentina, che utilizzando anche gli altri sensi, quando la sola parola non basta a raccontare, riesce a colpire e fascinare lo spettatore con quaranta minuti di forte intensità.
recensione di: Anna Schiano
























