Confesso che, dopo avere assistito alla conferenza stampa in cui risultavano evidenti lo sforzo e la volontà di costruire uno spettacolo di ‘qualità’, ho esitato ad affrontare la recensione di Cercasi tenore - in cartellone al Teatro Manzoni di Milano fino al 26 febbraio - riflettendo a lungo sul testo e sulla sua messa in scena.
Premesso che la pièce di Ken Ludwig, (nato a York in Pennsylvania) commediografo di fama internazionale, ha tenuto banco a Broadway per parecchi mesi vincendo numerosi premi, resta il fatto del diverso concetto di humour tra il pubblico americano e quello europeo.
La trama è simpatica, interessante e ricca di velata ironia, ma non facile a essere rappresentata come potrebbe suggerire un’apparente e ingannevole semplicità. Per sua natura - anche perché noi Europei siamo abituati all’inimitabile Feydeau - richiede una regia attenta a tenere sempre alto il ritmo e da parte di tutto il cast un’omogenea interpretazione che non superi le righe pur nelle diverse caratterizzazioni.
Nella pièce rifulge per capacità interpretative Gianfranco Jannuzzo che, al di là della scuola e degli attori di vaglia con cui ha lavorato, è ormai divenuto un grande professionista capace di muoversi con sicurezza, garbo, misura e mimica straordinari sia quando impersona l’impacciato, timido e insicuro segretario factotum, sia nel momento in cui, buttate alle ortiche tutte le titubanze, ha luogo una metamorfosi grazie alla quale gestisce con grinta il ruolo di personaggio famoso anche se mascherato, e una volta tornato nei suoi panni rivela una maturità e una coscienza di sé, tardive, ma capaci di mutargli vita e tutti i rapporti umani, anche nei confronti del gentil sesso.
Degno di encomio per bravura e misurato senso di comicità il simpaticissimo fattorino che irrompe spesso nella lussuosa suite d’albergo (cuore e fulcro di tutte le azioni ed equivoci della commedia) del tenore icona della lirica mondiale, grande mito e personaggio di successo di fronte al quale tutti si prostrano e sono disposti, anzi disposte nel caso delle donne a offrirsi totalmente in nome del Dio Successo.
Ottimi la scenografia essenziale alla funzionalità del testo che prevede due ambienti concepiti dal bravissimo Nicola Rubertelli uno dietro l’altro, il gioco delle luci di Franco Ferrari e i costumi sontuosi ed eleganti di Dora Argento: talenti in sintonia nel ricreare il fastoso e affascinante clima degli anni ’30.
























