Uno squallido appartamento di una periferia sempre più degradata tinge il palcoscenico del Quirino del colore grigio dell'indigenza e della frustrazione. New York, 1945: una coppia ormai caduta in una crisi irreversibile condivide la casa con i suoi due figli, Steve e Paul. Ciascuno di loro trascorre la sua esistenza come davanti allo specchio e la vita familiare altro non è che un pallido e distorto riflesso delle proprie ambizioni e attitudini: il padre, parsimonioso fino all'eccesso in casa, non lesina regalini e cene all'amante, sebbene poi egli debba fare i conti con degli instancabili strozzini; la madre, apparentemente arida e disillusa, nasconde un passato da ballerina e sogni di gloria; il figlio minore, palesemente adorato da suo padre, è un aspirante incendiario; quello maggiore, appassionato di magia, è assillato dalla balbuzie e dall'ansia da palcoscenico. E' proprio quest'ultimo a dare l'avvio alla vicenda de La lampadina galleggiante, di Woody Allen, interpretato da Mariangela D'Abbraccio (che ha sostituito Giuliana De Sio) con Fulvio Falzarano e Mimmo Mancini, regia di Armando Pugliese. La chiave di volta del nucleo narrativo è costituito da un sedicente impresario, disposto ad assistere a uno spettacolo di magia che Paul organizzerà, o meglio, sarà costretto ad organizzare, tra le mura di casa. Il prevedibile esito dell'esibizione e il drammatico e intenso confronto tra la madre del ragazzo e il manager (va detto poi che il miglior cliente di quest'uomo è un cane canterino) daranno vita a un mosaico di emozioni, sogni, illusioni di due vite simili alle orbite di due pianeti che, dopo essersi incontrate e toccate in un solo punto, saranno destinate a separarsi per sempre e a fuggire ognuna verso il proprio destino. Il testo dello spettacolo è fortemente introspettivo: l'azione in scena è ridotta al minimo, a tutto vantaggio dell'interiorità. La semplicità della storia, senza trame intricate o colpi di scena, permette allo spettatore di sentirsi partecipe delle emozioni dei personaggi, a tal punto che l'elemento surreale della sceneggiatura, che pure, in pieno stile Allen, non manca, diventa quasi nascosto. L'ottima interpretazione degli attori, in particolare Mariangela D'Abbraccio, che spazia da una recitazione discorsiva a una più nervosa e scattante, e il giovane Emanuele Sgroi, che, nei panni dell'impacciato prestigiatore Paul, sognatore un po' alienato e nevrotico, riesce a far rivivere a teatro il più classico tipo dei personaggi cinematografici di Woody Allen senza mai perdere di credibilità. La lampadina galleggiante resterà in scena fino al 29 gennaio, per regalare una pièce che non deluderà le aspettative del pubblico del Quirino.
Marco Pelliccioni
























