Un trio musicale che sale sul palco piangendo a dirotto precede di poco l'entrata in scena di un'altra sagoma che resta nelle buie retrovie del palco, anch'essa apparentemente distrutta dal dolore. La musica mesta, le lacrime e i lunghi singhiozzi sembrano trasportarci nel bel mezzo di un funerale. Ben presto ci rendiamo conto che effettivamente è proprio così: Intestamè, lo spettacolo di Loredana Scaramella e Carlo Ragone che ha debuttato martedì sera al teatro Greco, inizia con un funerale. Un testo, dunque, che ha tutta l'aria di essere una tragedia che prende l'avvio in medias res, a dramma già avvenuto. Rapidamente, però, lo spettacolo smentisce queste sue tragiche premesse e vira improvvisamente da un tono grave ed accorato verso uno allegro e scanzonato. Basta aspettare che Ferdinando, mentre ancora piange la morte di suo padre Matteo, legga qualche riga del bizzarro testamento con cui il vecchio lascia ai suoi parenti gli oggetti più strani per capire come anche da un dolore immenso possa, talvolta, nascere una risata. Nel giro di pochi istanti, infatti, quel dolore indicibile, in grado perfino di infrangere un “core 'e diamante”, lascia spazio alle risate e alla comicità. L'attenzione di Ferdinando viene subito rapita dalla sibillina frase con cui il testamento stesso si chiude: “A mio figlio Ferdinando ci lascio tutto. Tutto quello che non ho fatto”. Un lascito che spalanca inevitabilmente la porta ad un mondo che non sceglie i colori definiti della realtà, ma le sfumature della possibilità, dei rimpianti, delle nostalgie e, perché no, della magia. Un mondo di favola insomma. E non somiglia tanto ad una favola la storia di un figlio che, dopo aver vestito la giacca del padre, viene trasportato per incanto nella Napoli degli anni '40, tra bombardamenti, fame e emigrazione? Sospeso nel limbo di un tempo indistinto, Ferdinando avrà finalmente l'occasione di osservare com'era Matteo da giovane, di conoscerne le speranze e le illusioni. Racchiusi in quella giacca, come tante cartoline spedite da posti mai visitati, ci sono tutti quei viaggi che non ha mai potuto fare, l'America che è rimasta soltanto un miraggio, le avventure mai provate, i sogni mai realizzati. Così il figlio canta, balla, soffre, spera, ride come se fosse il padre; sente sulla sua pelle la straordinaria emozione che possono provare soltanto due bambini che, giocando con la luna, scoprono di essere fatti l'uno per l'altra. E' vestendo i colori della vita del padre che, dopo tanto tempo, impara a conoscerlo. Ed è in questo che risiede la straordinaria potenza di quel criptico lascito testamentario. Ma c'è di più. Infatti, ogni favola che si rispetti ha una sua morale. Così, da novello Kipling, Matteo dona anche preziosi consigli a suo figlio, dicendogli, ad esempio, che “o' tiempo te vuo' bene se tu ce sa' pazzià”. Il segreto è proprio quello: scherzare, ridere. Matteo sta dicendo che l'ultimo cavaliere, quello che vincerà la morte, vestirà soltanto una risata, che l'allegria è la chiave che permette di trasformare in gioia ogni dolore. Solo così, possiamo sperare di tornare là, in quel posto da cui tutti veniamo, “dind' 'e stelle”.
Davide Coccia
























