Testo apparentemente non complicato quello di Gin Game, commedia raffinata ed elegante uscita dall’abile penna dello statunitense Donald Lee Coburn (Baltimora-Maryland 1938), il quale riesce a delineare con sintetici schizzi un quadretto inizialmente tenero e dolce che si trasforma e si dilata evidenziando ben altre realtà.
Protagonisti superbi di un lavoro la cui riuscita è affidata soprattutto alle qualità interpretative degli attori sono Valeria Valeri e Paolo Ferrari, dopo una ventina d’anni di nuovo al San Babila di Milano con tale commedia arguta e intelligente la cui prima parte è uno spasso continuato.
La scena si svolge nella veranda di Villa Bentley, ambiente alquanto trascurato e arredato con ‘piccole cose di pessimo gusto’ consunte dal tempo, una Casa di Riposo convenzionata dove si incontrano Weller Martin (ricercatore di mercato in pensione) cordiale e piuttosto espansivo con il pallino delle carte e tra gli altri giochi del Gin rummy di cui è campione e che insegna con entusiasmo a Fonsia Dorsey (puritana figlia di un pastore metodista) che ha l’aria di un’anziana signora timida, dolce, ingenua, indifesa e sprovveduta capitata casualmente in veranda.
Dalle schermaglie del gioco in cui l’allieva supera il maestro allo scambio di informazioni reciproche in cui si dipana un vero gioco a nascondino nel celare ipocritamente la verità sulle proprie esistenze connotate da dolori, dispiaceri, delusioni e frustrazioni.
Il tutto con notevole levità e sottile ironia, filo conduttore dell’intera pièce: nulla di drammatico o triste, ma solo umoristici colpi di fioretto.
Difficile dimenticare nell’intervallo la frase di una sedicenne che ha evidenziato come alla televisione ci si affanni per costruire l’ironia che invece nel primo tempo è zampillata abbondante e spontanea come una fonte ricca d’acqua.
Lo sconcerto per le sconfitte nel gioco tuttavia si dilata fino a divenire rabbia e collera sofferta che porterà a un finale doloroso e così quello che avrebbe potuto essere un incontro foriero di reciproca consolazione e di affetto quasi terapeutico diviene la molla per liberare in modo inconsulto il tappo di una bottiglia in cui i dolori scomposti si sono trasformati in aceto e gli antichi egoismi, travolte le maschere del perbenismo, escono alla luce come geni del male.
Un piccolo capolavoro interpretato con maestria da due attori non proprio giovanissimi: la Valeri sulla soglia del novantesimo anno e Ferrari dell’ottantaduesimo a dimostrazione che il vino buono migliora con l’età.
























