Per conoscere o ritrovare l’originale drammaturgia di Beckett una ghiotta occasione è offerta dal Teatro Elfo Puccini che fino al 29 maggio propone Finale di Partita, forse la sua opera più radicale.
L’irlandese Samuel Beckett (Dublino 1906 - Parigi 1989) è stato una delle voci più originali della drammaturgia del ‘900: la sua concezione può essere indicata come alternativa a quella classica del teatro basata - fin dall’epoca della tragedia greca e forse anche precedentemente poiché la rappresentazione teatrale è connaturata all’essenza stessa dell’uomo - sulla parola, strumento di armoniche conversazioni o di descrizioni strettamente connesse a una successione di accadimenti.
In Beckett si ha una netta rottura di questa concezione: la conversazione resta come contenitore - svuotato dell’aspetto consequenziale delle frasi pronunciate - di un dialogo fine a se stesso, anzi confronto tra monologhi sfalsati.
Eppure il suo teatro che sembrerebbe così astratto dalla nostra quotidianità invece ne è forse una delle più autentiche interpretazioni: quante volte infatti le nostre parole non trovano un riscontro logico in quelle dell’interlocutore intento a seguire il filo del proprio pensiero?
E quante volte siamo - anche inconsciamente - in una situazione analoga a quella dei protagonisti di Finale di Partita?
Su quella stanza vuota e chiusa (con solo due finestrine in alto) in cui si svolge la non-azione di Finale di Partita si sono moltiplicate le interpretazioni: c’è chi l’ha letta come l’interno del cranio umano in cui le due finestre sono gli occhi e chi invece l’ha intesa come un bunker con all’interno i sopravvissuti a una catastrofe nucleare, solo per citare le due letture più distanti.
Beckett ha sempre sostenuto che nelle sue opere non c’è nulla da spiegare perché è già tutto contenuto nel testo, probabilmente intendendo che ciascuno vi riconosce la proiezione del proprio sentire, che può anche essere diverso a seconda del momento, cosicché tutte le interpretazioni riflettono le situazioni e le paure presenti in quell’attimo nell’inconscio di ciascuno.
Aspettando Godot e Finale di Partita sono pièce che non saranno mai datate perché l’uomo avrà sempre attese e paure e si sentirà prigioniero e al tempo stesso protetto dalla porzione di mondo in cui gioca la partita a scacchi della propria vita.
Ciascuno di noi è un po’ Clov che annuncia sempre di volersene andare, ma ha timore di uscire da quel rifugio anche quando ha la valigia in mano e un po’ Hamm che cieco e paralizzato ha la forza interiore della creatività (il paradossale romanzo che racconta a puntate) e della cultura (moltissime le citazioni che quali frammenti casuali cadono negli spezzoni del suo eloquio) e comunque si trova bene nel suo mondo.
Massimo Castri in questo suo primo incontro con Beckett si avvale della scena - bellissima nella sua semplicità - ideata da Maurizio Balò: uno spoglio salone con il pavimento trasformato in una grande simbolica scacchiera. La sua regia, pur restando fedele al testo e allo spirito di Beckett, sembra attualizzarli con discrezione e con una lieve vena di ottimismo (esiste una vita fuori dal rifugio) e per rigore ed efficacia è un esempio di come si possa rappresentare il drammaturgo irlandese senza cadere in intellettualistici velleitarismi come molte volte accade.
Naturalmente è sostenuto dall’ottima prova degli attori e in particolare dei protagonisti.
Vittorio Franceschi scolpisce un Hamm di grande efficacia nell’alternare il cupo delirio di un’esistenza senza autonomia a momenti di comicità anche se nera sostituendo con il gioco dei toni quella dinamica impedita dall’essere Hamm cieco e paralizzato.
Milutin Dapcevic è un Clov che non si limita a “dare la battuta” come più volte ripete, ma recita forse più con il viso e con il corpo che con la voce mettendo in campo un repertorio di mimiche che ancor prima della parola ne rendono palese il pensiero.
In entrambi grande è il rigore e la distanza dai facili gigionismi che - specie per le caratteristiche di Hamm - possono essere dietro l’angolo.
Finale di Partita - cui è stato assegnato il premio Ubu 2010 quale “Spettacolo dell’anno”- è da raccomandare sia a chi già conosce Beckett e lo vuol rivedere senza rischiare delusioni, sia a chi ne ha solo sentito parlare.
Finale di Partita
Regia: Massimo Castri
Regista assistente: Marco Plini
Autore: Samuel Beckett
Traduzione: Carlo Fruttero
Interpreti: Vittorio Franceschi (Hamm), Milutin Dapcevic (Clov), Diana Hobel (Nell) e Antonio Giuseppe Peligra (Nagg)
Scene: Maurizio Balò
Costumi: Maurizio Balò
Luci: Robert John Resteghini
Suono: Franco Visioli
























