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Blackbird@Piccolo Teatro Studio Milano

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Una prima riflessione al termine di questo splendido e umanamente intenso spettacolo in scena al Piccolo Teatro Studio Expo fino al 29 maggio riguarda la difficoltà di emettere giudizi anche quando si conoscono i diversi aspetti di un ‘caso’, figuriamoci se lo si fa ‘a priori’ senza specifiche conoscenze. E da un angolo della memoria è emerso il ricordo di quando il direttore Escobar ha illustrato Blackbird in occasione della presentazione del cartellone 2010-2011 provocando le pruderie censorie di alcuni assessori alla cultura delle Istituzioni milanesi: fulgido esempio di inopportunità dialettica di costoro e di come nella storia la censura (sempre, ma particolarmente se preventiva e basata su preconcetti e frasi fatte) sia antitetica alla cultura.

Blackbird - indipendentemente dall’ottima regia di Lluís Pasqual - è un testo (di grande forza e autenticità) che provoca nello spettatore una serie di quesiti offrendo non risposte preconfezionate, ma l’opportunità di pensare, riflettere e andare oltre le apparenze e le certezze per cercare di capire: funzione primaria della cultura e del teatro quando fa cultura e non solo intrattenimento.

Testo intrigante quello di Harrower che parte da certezze indiscutibili e condivise da tutti sul considerare reato il rapporto sessuale con un minorenne (anche se consenziente) e sul doverlo espiare con una giusta condanna.

Sia però ben chiaro che Blackbird non è una pièce sulla pedofilia e non contiene nessuna componente morbosa.

Il racconto si svolge circa quindici anni dopo i fatti che hanno coinvolto la dodicenne Una e il maturo Ray, amico di famiglia. Ray ormai quasi sessantenne ha pagato il suo debito con la società, si è ricostruito una vita in un alto posto e con un altro nome. La giovane Una è una ventisettenne che forse non ha ancora superato il trauma subito quindici anni prima.

Una piomba dove Ray lavora, probabilmente al termine di una lunga ricerca, per capire, rinfacciare e sfogare la rabbia accumulata negli anni. Comincia una partita a due da cui emergono due racconti paralleli e molte domande cui ognuno deve cercare in sé le risposte.

Può esistere una storia d’amore che coinvolga minorenni o vi è sempre abuso di minore? Una volta espiata la pena, si ha il diritto a rifarsi una vita o si deve pagare per sempre? È possibile superare il trauma e smettere di essere vittima?

Sono interrogativi le cui risposte Harrower affida alla coscienza e alla cultura di ciascuno ed è forse per questo che Blackbird da quando è stato scritto nel 2005 per il Festival Internazionale di Edimburgo ha conosciuto un ininterrotto successo ed è stato rappresentato in tutto il mondo.

In Italia giunge solo ora e grazie alla politica culturale del Piccolo Teatro che da qualche anno propone opere dei maggiori drammaturghi contemporanei altrimenti sconosciuti in un Paese che tende a riproporre autori consolidati e di sicuro richiamo.

David Harrower (Edimburgo 1966) è uno degli esponenti più interessanti dell’attuale drammaturgia scozzese. Ha debuttato a 27 anni con ‘Knives in Hens’ con cui ha ottenuto nel 1998 il TheaterHeute Best Foreign Play (premio della critica tedesca). La sua produzione si è sviluppata lungo due filoni: la scrittura di opere originali e la traduzione e riproposizione di testi della storia del teatro europeo, anche attualizzando classici come Cechov e Pirandello (alcuni aspetti pirandelliani si ritrovano anche in Blackbird con cui ha vinto nel 2007 il premio Laurence Olivier, il più prestigioso del Regno Unito).

Blackbird - i cui dialoghi frammentati, secchi e dall’intercalare quotidiano ricordano per molti il linguaggio di Pinter e Mamet - è stato ispirato da un caso di cronaca: la condanna di Toby Studebaker, un ex marine fuggito con una undicenne, conosciuta attraverso internet, che gli aveva fatto credere di avere 17 anni. Il testo di Harrower si sviluppa però in modo totalmente originale rispetto al caso Studebaker.

Della splendida regia di Pasqual si è già accennato: occorre solo sottolineare che la pièce presenta notevoli difficoltà richiedendo un intervento registico – forte, ma non invasivo - per portare alla luce la profonda umanità dei dialoghi (o meglio delle parole) senza farla prevaricare dalla drammaticità dei toni.

Eccezionali le interpretazioni di Massimo Popolizio e Anna della Rosa che scolpiscono due personaggi che resteranno a lungo negli spettatori suscitando dubbi e scardinando certezze e soprattutto facendo capire che nulla è semplice e lineare come si illude chi non vuol porsi domande temendo di scalfire le proprie sicurezze.

 

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Ultimo aggiornamento ( Lunedì 16 Maggio 2011 07:01 )  

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