Lo spazio scenico del Teatro dei Contrari, alquanto esiguo, contiene una pianola e un leggio, quando appare Tiziano Turci col suo sorriso che conquista lo spettatore sin dalla prima battuta. Lo spettacolo è un lunghissimo monologo dell'autore/regista, durante il quale egli ci conduce nell'attualità della Libia martoriata dai bombardamenti, nelle ambiguità della politica estera italiana e nel dramma dei migranti africani. Turci, con un tocco lieve ed ironico, presenta le disforie dei servizi del TG1 sul respingimento dei clandestini; è estremamente comico nel "decantare" le arguzie di Maroni ,nel suo oltranzismo leghista, le gaffe di Frattini e La Russa, e strappa risate liberatorie nel leggere i versi "immortali" dell'ex ministro Bondi direttamente dalle pagine di Vanity Fair. Ma è chiaro a tutti che il cuore del monologo "Goodbye Gheddafi" è l'ingiusta sorte di coloro che fuggono da terre lontane in cerca di esistenze dignitose divenendo vittime di orrori quasi inimmaginabili per il comune cittadino di una democrazia occidentale. Non a caso l'artista parte proprio da una definizione corrosiva e satirica del concetto stesso di democrazia- folgorante l'aneddoto di Gheddafi che, nella fastosa visita dello scorso luglio in Italia, dichiarò che tale parola venga da un termine arabo che vuol dire "sedia"!- per sottolinearne le contraddizioni, i limiti insiti nella sua applicazione empirica.
Il testo è politico ma non nel senso che oggi agitatori consacrati a ruoli istituzionali gli danno, ovvero faziosamente di sinistra in quanto concernente temi sociali: è politico poiché affronta con intelligenza il nostro presente, ponendosi quesiti sacrosanti sulla natura stessa di termini quali "clandestino", "rifugiato politico", "confini territoriali". La sua peculiarità è di essere opera in divenire, costantemente aggiornata da Turci, che utilizza in modo tragicomico la figura di Gheddafi, dittatore ex-alleato del governo italiano nel variegato mondo islamico; il supremo colonnello libico diviene un simbolo della maniera contorta e spesso poco riuscita di approcciarsi al resto del mondo da parte dell'opulenta Europa. Come affermavo precedentemente, si ride durante lo spettacolo, tuttavia nella parte finale, quando con cartina alla mano l'autore ci spiega come avvengono i viaggi della speranza dei migranti africani dal centro del continente alle coste atlantiche e mediterranee, il sangue si gela nelle vene e si è catapultati tappa per tappa nell'inferno dei miseri. Tiziano Turci cita i casi più eclatanti di morti in mare dei clandestini, trasfigurando il mero dato statico da notizia dei telegiornali a realtà immanente: la brutalità della vita sostituisce la catartica bonarietà della raffigurazione dei nostri ministri, spiazzando chi ascolta, incrinando le certezze attraverso un processo empatico con realtà frequentemente ignorate e rimosse.
Turci è dotato d'una bravura istrionica; gestisce sapientemente i tempi attoriali riuscendo a mantenere sempre viva l'attenzione degli spettatori, grazie anche a esilaranti siparietti musicali di voce e pianola e soprattutto ad un giusto dosaggio di denuncia sociale ed ironia; interagisce col pubblico divertendosi e divertendo e sfugge all'autocelebrazione attraverso un registro linguistico colloquiale, colmo di termini da slang giovanile ed espressioni colorite.
La sua perfomance si iscrive nel Teatro sociale che vanta rappresentanti come Ascanio Celestini, autori che non hanno bisogno di corollari scenici riuscendo ad usare la propria voce come strumento potente della ragione, che spesso è narcotizzata dalle miserie della nostra quotidianità.
"Goodbye Gheddafi" è stato messo in scena fino a ieri 14 Maggio 2011 presso il Teatro dei Contrari.
Roberto Cesano
























