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DANIELE RUSSO IN PROGRESS@NAPOLI.IT

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Gli amanti del teatro italiano devono fare i conti con novità che modificano l’usuale modo di vederlo e gustarlo: palestra di nuove proposte è il Napoli Teatro Festival (4-27 giugno 2010), manifestazione sulla creatività internazionale giunta alla terza edizione e il cui tema sarà la ‘durata’ delle rappresentazioni, dai 10 minuti alle 12 ore.

Altra chicca il debutto italiano di Bizzarra, prima soap opera teatrale - genere decisamente innovativo derivato dalla contaminazione tra teatro e televisione - scritta dall’argentino Rafael Spregelburd (Buenos Aires 1970), vera rivelazione nell’ambito della drammaturgia internazionale, con la regia di Manuela Cherubini.

Si tratta di uno spettacolo a puntate di un’ora e quindici minuti ca. al giorno per venti giorni, quasi tutta la durata del Festival, con più di 100 personaggi, ambientato in una Buenos Aires assimilata alla nostra Napoli.

Abbiamo il piacere di intervistare Daniele Russo (Napoli 1981) - giovane, simpatico e intelligente attore interprete di Julio Osvaldo Tramutola, personaggio-cardine di Bizzarra - attraverso un piacevole e lungo colloquio ‘Milano-Napoli’ con divertenti e ripetute interruzioni anticipatrici e Sibille del clima di degrado che aleggia nell’impegnativo lavoro teatrale.

 

D. Per questo spettacolo è stato indetto un bando di selezione di attori e attrici, hai partecipato anche tu? Perché la scelta è caduta su di te nel ruolo di protagonista?

R. Anch’io naturalmente ho partecipato alle selezioni e la regista che sta preparando questo spettacolo da quattro anni mi aveva già visto a Napoli. Inoltre allora stavo lavorando quale protagonista in Persone Naturali e Strafottenti con Vladimir Luxuria, straordinario e perspicace compagno di lavoro, e penso che abbia contato anche il mio aspetto somatico così tipicamente mediterraneo e poi ... forse sono anche bravo!

D. Qual è il tuo ruolo?

R. Impersono un poliziotto ingenuo, ma notevolmente serio pur nella sua semplicità che a volte pare rasentare la dabbenaggine e comunque sempre fermamente convinto di quello che fa, una sorta di cavallo con i paraocchi.

D. Trattandosi di 20 puntate come si regola il pubblico: deve vederle tutte o può saltarne qualcuna o anche arrivare a metà strada e oltre?

R. Come in ogni soap opera che si rispetti in ogni puntata c’è un riassunto, una sorta di prologo, e diamo anche le anticipazioni della puntata successiva in modo da invogliare e fidelizzare gli spettatori.

D. Ci vuole una memoria da elefante?

R. Effettivamente si tratta di un bel tour de force. Anzi quando abbiamo terminato il ciclo di prove abbiamo stappato una bottiglia! Poi un grosso limite per l’attore che, come tu sai, può anche dare una resa diversa in qualche serata è il fatto che in questo spettacolo ha una chance sola per cui dopo può anche rammaricarsi di non essere riuscito in quel particolare momento a dare il meglio di sé.

D. Come trovi il testo e cosa ne pensi del drammaturgo?

R. Ne sono entusiasta. Io curo anche una rassegna di drammaturgia contemporanea e raramente mi sono trovato di fronte a un contenuto così ricco, pieno e pregno; Spregelburd ha una fantasia così legata al concreto e alla realtà che è capace di divertire immensamente e commuovere intensamente.

D. In quale momento storico è ambientato il lavoro?

R. Si riferisce ai fatti dell’Argentina del 2003 quando il Paese esasperato da scioperi e da gravi difficoltà si ribella, un momento di crisi che coincide con quella che stiamo vivendo in Italia e in Europa determinata da decadimento dei valori il cui venire meno si riflette su tutti gli strati sociali fino ai più alti, tutti ‘senza qualità’. In Italia però non si arriverà alla ribellione.

D. Chi ha tradotto il testo e secondo te passando nella nostra lingua ha perso incisività?

R. Si tratta di un lavoro compiuto dalla regista, la nostra straordinaria, sensibile, intelligente e ‘coraggiosa’ Manuela che ha operato una sorta di ‘napoletanizzazione’ perché in fondo le due realtà non differiscono poi così tanto nella forbice sociale e in una sorta di fatalismo nell’affrontare un’esistenza che comunque vale la pena di essere vissuta.

D. Potrebbe questo spettacolo affrontare una tournèe anche nella vicina Svizzera un po’ meno problematizzata rispetto a noi?

R. Certamente sì, in tutte le grandi città anche del nord perché vengono affrontate problematiche universali e sarebbe interessante portarlo per esempio a Lugano. Occorre solo superare le difficoltà logistiche dello spostamento di tante persone.

D. Come ti senti paragonandoti al tuo personaggio?

R. Diciamo che siamo profondamente diversi, anzi c’è un abisso tra me e lui, così io devo indossare una maschera e mi diverto. La sua onestà è invidiabile e la sua purezza adamantina, ma alla fine è un po’ tontolone e nel nostro Paese così come stanno le cose risulterebbe subito perdente.

D. Senza chiederti di svelare la storia almeno dimmi se il tuo personaggio è vincente o perdente?

R. Diciamo che non segue il cuore, ma la morale. Lo spettacolo che offre uno scorcio dei nostri tempi è una voce di speranza, non ha la morale finale: la speranza è che gli spettatori capiscano che c’è qualcosa da fare e abbiano la volontà di pensare e riflettere. Il pubblico potrà goderne e divertirsi penetrandone il meccanismo.

Una chiacchierata gradevolissima con la promessa di vedere qualche puntata.

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 28 Maggio 2010 08:10 )  

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