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Gennaro Paraggio ci racconta i suoi Vecchi tempi

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Abbiamo intervistato Gennaro Paraggio, regista di "Vecchi tempi" un testo di Harold Pinter portato in scena al Teatro Agorà dalla compagnia "Pegaso".

Come mai la scelta è ricaduta su questo testo di Pinter?

 

Cercavamo un testo poetico e di spessore, con dei personaggi dal carattere profondo, nei cui versi si celassero dei piccoli mondi da tirare fuori attraverso un lavoro di critica e interpretazione che per noi è alla base di ogni messa in scena. Precedentemente mi ero cimentato nella regia di un altro capolavoro di Pinter “L’amante” in cui ho riscontrato ognuna di queste caratteristiche elencate. Per questo motivo ci è venuto naturale dare uno sguardo anche gli altri testi dell’autore inglese. E quando abbiamo letto “Vecchi Tempi” è stata una folgorazione: ce ne siamo innamorati al primo monologo, molto prima, quindi, di capire, e anche solo immaginare, cosa ci fosse dietro l’opera più ermetica e controversa di Harold Pinter.

 

Avete apportato modifiche, adattamenti rispetto l'originale?

 

L’unica modifica sostanziale riguarda le due scene delle canzoni. In ognuno dei due atti c’è una scena in cui i protagonisti cantano dei versi di alcune canzoni inglesi e americane. In questi versi sono contenuti dei frammenti della loro storia. Il problema era farli arrivare al pubblico senza “l’artefazione” della traduzione. In poche parole si trattava di scegliere se tradurre i testi e cambiare inevitabilmente le melodie (a causa della diversa musicalità della lingua italiana rispetto all’inglese), oppure reinventare la scena e preservare solo alcuni elementi, pochi, ma mostrarli al pubblico in modo chiaro e diretto.
Per il resto abbiamo modificato piccolissime cose, una parola qua e là, il costrutto di una frase, soprattutto nei monologhi più ingarbugliati.

 

Considerando la complessità del testo, quali sono state le difficoltà che avete avuto nella rappresentazione?

 

La difficoltà più grande è stata dare un’interpretazione generale e trasferirla nelle singole battute dei personaggi. È stato un lavoro molto complesso, direi chirurgico, che ha portato via quasi due mesi di prove. Inutile dire che è stata la parte più interessante e anche quella fondamentale. Una volta snocciolati i significati celati nel copione tutto il resto è venuto abbastanza naturale: il carattere dei tre personaggi, le dinamiche fra loro, i toni delle diverse battute…
Per quanto riguarda tutto il resto c’è stata una grande sinergia con tutti coloro che hanno collaborato alla messa in scena. Ogni singola persona coinvolta ha dato il meglio di sé e questo ci ha permesso di goderci appieno le ore che hanno preceduto il debutto. Può sembrare scontato, invece è una cosa molto rara, e in tutta franchezza posso dire che non mi era mai capitato, il giorno della prima, di non dover pensare ad altro che ad andare in scena.

 

Facciamo conoscere l'associazione, da quanto tempo lavorate nel campo del Teatro?

 

Il discorso è un po’ complesso perché “Vecchi Tempi” è il frutto della collaborazione fra tre realtà che lavorano nell’ambito dello spettacolo: Pegaso, D-Mood (agenzia di comunicazione) .
Quella da cui provengo io è Pegaso ed è impegnata nel teatro da quasi quindici anni. È l’associazione culturale della mia famiglia che opera a Battipaglia, una piccola città in provincia di Salerno. È lì che mi sono fatto le ossa, come tecnico, come aiuto scenografo, come macchinista, come aiuto regista, come autore (un po’ anche come attore ma mi piace dire che ho lasciato perdere per il grande rispetto che ho per il Teatro).
L’avventura di Pegaso è nata portando in scena i testi scritti da mio padre e mia madre (Luciano Paraggio e Rita Iannone), seguaci e cultori della tradizione napoletana più profonda, quella tragicomica di Viviani e De Filippo, per fare delle citazioni; un tipo di teatro, quindi, che non è solo intrattenimento e risata ma è anche poesia, commozione, riflessione, denuncia…
Col passare degli anni il lavoro di Pegaso si è esteso alle manifestazioni comunali, soprattutto di rivalutazione della storia e della tradizione battipagliese. È nata una forte collaborazione con le diverse amministrazioni che si sono avvicendate e soprattutto con la chiesa madre di Battipaglia, il Santuario della Madonna della Speranza dal cui culto si è sviluppata l’aggregazione che ha portato alla nascita del comune di Battipaglia.

 

Avete messo in scena anche testi inediti?

 

Con Pegaso si, anche testi di cui sono autore, fra cui uno spettacolo dedicato al grande Fabrizio De Andrè.
La collaborazione con D-Mood è nata con “Vecchi Tempi” e per l’anno prossimo siamo ancora orientati verso testi di autori famosi. Quest’esperienza ci ha coinvolto così tanto che vorremmo in qualche modo ripeterla, ovviamente senza ripeterci, se mi concedete il gioco di parole.

 

Il vostro prossimo lavoro?
Il titolo del copione che porteremo in scena non lo abbiamo ancora deciso. Siamo ancora concentrati su “Vecchi Tempi”. Posso dirvi che siamo convinti che ci siano tanti capolavori che sono stati poco rappresentati (proprio come “Vecchi Tempi”) e per questo non sono conosciutissimi. Vorremmo orientarci su questi, almeno per il prossimo anno, perché per noi fare teatro vuol dire rendere viva la cultura.


Intervista di: Danilo Montaldo

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