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Re Lear (Globe Theatre, Roma): intervista al cast

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Una delle migliori tragedie del teatro di William Shakespeare torna a Roma nella splendida cornice del Globe Theatre, dando origine ad uno spettacolo eccezionalmente coinvolgente, in cui tutta la carica di viscerale energia, passioni laceranti ed efferati delitti che costituiscono il nucleo vitale dell’opera rivivono grazie alle interpretazioni di Ugo Pagliai, un Re Lear veramente magistrale, e del resto del cast altrettanto talentuoso e sorprendente; con questa intervista corale vi presentiamo alcuni tra gli interpreti principali dello spettacolo: Alfonso Veneroso, Melania Giglio, Giacinto Palmarini e Gianluigi Fogacci.

 

Alfonso Veneroso (il Conte di Kent)

 

Ciao Alfonso, benvenuto sulle pagine di Gufetto e innanzitutto complimenti per la tua intensa ed emozionante interpretazione del Conte di Kent nella versione scenica della tragedia shakesperiana “Re Lear” attualmente in scena presso il Globe Theatre di Roma; magari potresti iniziare con l’introdurci un po’ il tuo personaggio?
Va bene, il personaggio di Kent è indubbiamente un personaggio particolare perché nella rappresentazione del “Re Lear” assistiamo ad un mondo nel quale tutto risulta falso, cioè un luogo in cui nessuno riesce a dire effettivamente quello che pensa. Infatti gli unici due personaggi che mantengono la costanza e la sensibilità sono Cordelia e Kent ed è proprio per questo che pagano immediatamente lo scotto, dal momento che vengono esiliati ed allontanati dal regno. In questo senso Kent mantiene però sempre fisso il suo obiettivo che è quello di affiancarsi al re per proteggerlo e quindi lo seguirà in questa catastrofe fingendo, lui che è di nobile stirpe, di essere un servo, un povero, pur di stare accanto al proprio re, rischiando la vita perché è stato bandito con la minaccia appunto di morte se non fosse andato via dal regno. In questa catastrofe si trova coinvolto insieme ad altri tre personaggi che sono il matto (ossia il principe Edgar sotto mentite spoglie), Re Lear che è impazzito ed il Conte di Gloucester, in una bellissima scena nella quale nessuno dei quattro riesce ad essere realmente se stesso. E’ un po’ una grande metafora dei tempi che vengono ad essere rappresentati in questa tragedia shakesperiana, che sono appunto tempi durissimi in cui la falsità, l’arrivismo e la menzogna dominano indiscutibilmente e Kent seguirà il suo re fino alla fine, fino all’estremo, come un capitano che non abbandona la propria nave, mantenendo in questo un’assoluta fierezza e nobiltà d’animo.

 

La rappresentazione ha avuto luogo in una cornice assolutamente speciale come quella offerta dal Globe Theatre di Roma, che ricostruisce fedelmente un antico teatro elisabettiano, come quelli dove venivano originariamente rappresentate le tragedie di Shakespeare. Quanto sull’interpretazione di un attore e sulla costruzione di uno spettacolo può influire l’ambiente dove si va a recitare ed in particolar modo una struttura di questo tipo?
Influenza tanto perché, essendo un teatro costruito in maniera assolutamente fedele a quello originario in cui Shakespeare era solito rappresentare i propri spettacoli, si è molto condizionati dalla struttura stessa e dal materiale. Questo impone una recitazione estremamente asciutta e allo stesso tempo molto sostenuta perché è difficile aggiungere effetti speciali ad una struttura così suggestiva; questo quindi condiziona un attore perché effettivamente tutto lo spettacolo viene ad essere unicamente supportato dalla genuina forza recitativa. In questo caso ci siamo inoltre serviti di bellissime proiezioni, che però risultano sempre al servizio della recitazione e che hanno permesso di proiettare attraverso lo spazio quest’opera. Difatti lo spazio teatrale è diventato non solo quello tradizionale, ma si è anche trasformato in qualcos’altro, in certi momenti in cui appunto sembrano sfondarsi le porte del teatro. Questi momenti di proiezione della battaglia o della tempesta rappresentano in realtà una risonanza interiore del vissuto dei personaggi, perché ovviamente anche le immagini della guerra costituiscono una significativa metafora interiore. In questo senso comunque credo che la condotta registica sia stata assolutamente impeccabile e che ci abbia permesso appunto di dare il massimo recitativamente, quello che cerchiamo di fare ogni sera, sempre rispettando quella struttura che ci lega inevitabilmente all’opera di Shakespeare, che per quel tipo di teatro è stata concepita ed è nata.

 

Come hai vissuto la preziosa opportunità di recitare al fianco di un mostro sacro come Ugo Pagliai, che peraltro ha dato un’interpretazione assolutamente eccezionale ed intensissima in questo “Re Lear”?
Si tratta sicuramente di una grandissima opportunità. Al di là della presenza di questa indiscussa star del teatro italiano, siamo un gruppo di giovani attori che lavorano assiduamente da anni nei teatri, quindi non ci facciamo condizionare dai precedenti; è stata però per noi tutti una impedibile opportunità per l’effettiva bravura di questo straordinario attore che è Ugo Pagliai. Ci siamo confrontati con diverse generazioni ed abbiamo accettato che una star televisiva come Ugo Pagliai possa aver vissuto tutta una vita in teatro: Pagliai non ha mai abbandonato il teatro e questo, per noi che siamo attori e facciamo questo mestiere da quindici-venti anni, è qualcosa di importante e prezioso, è un attore che sentiamo veramente come l’incarnazione del teatro, perché la sua forza recitativa è quella di chi non ha mai tradito quest’arte. La televisione spesso è artigianato; il teatro è arte, è rischio, si fa ogni sera, bisogna essere concentrati e dare il massimo del cuore per due ore consecutive, costantemente, con davanti a noi un pubblico, senza poter sbagliare o quantomeno cercando di non sbagliare. Questa è la strada che noi attori di teatro abbiamo scelto di intraprendere e ripeto che in questo “Re Lear” Pagliai ci regala un’interpretazione davvero straordinaria e comunque rappresenta una vera e propria lezione per noi perché ovviamente, se noi abbiamo quindici o venti anni di esperienza sul palcoscenico alle spalle, Pagliai ne avrà almeno cinquanta. Quella che ci ha elargito è stata anche una fantastica lezione di serietà, oltre alla sua persona che devo dire è stata un’ulteriore sorpresa per gentilezza, attenzione e disponibilità.

 

Nell’ambito di questa rassegna estiva al Globe Theatre il pubblico è estremamente trasversale: si va da persone che comunque hanno già avuto modo di ammirare numerose volte le opere di Skakespeare a teatro sino a giovani che si accostano a questi spettacoli per la prima volta. Secondo te quali sono le opportunità e le possibilità di avvicinare i giovani al teatro e come si dovrebbe procedere per cercare di ottenere quest’obiettivo?
Allora, io credo che il Globe Theatre, creato grazie alla passione e alla determinazione del suo fondatore Gigi Proietti, sia riuscito, esempio estremamente raro qui in Italia anche in una grande città come Roma, a crearsi un proprio pubblico fedele ed affezionato che va a vedere Shakespeare prescindendo dai grandi nomi. In questo caso abbiamo incrociato Ugo Pagliai e questo probabilmente renderà ancora più trasversale il pubblico, perché verranno a vederlo anche gli spettatori dei teatri stabili maggiormente tradizionali ma la grande opportunità è data appunto da quest’apertura del pubblico, che viene a vedere le opere di Shakespeare ripeto per amore del teatro e non per i grandi nomi. Questa è una grande e meritoria opera perché il teatro in Italia spesso purtroppo viene visto semplicemente come intrattenimento ed è molto condizionato dalla televisione, per cui intrattenimento significa andare a vedere magari proprio il personaggio importante e celebre a causa dei propri trascorsi televisivi. Invece il Globe Theatre in questi anni è riuscito a costruirsi un numerosissimo pubblico costituito di migliaia e migliaia di persone che ogni estate vengono a vedere il teatro per puro amore del teatro; credo che Gigi Proietti abbia una grande mente progettuale che probabilmente dovrebbe essere più utilizzata in Italia, proprio perché sposa completamente questa visione che potrebbe svolgere non soltanto per il Globe ma anche su un raggio più ampio perché è un uomo che ha dedicato la sua vita al teatro e ha fatto, ripeto, quest’opera meritoria. Noi stessi, come attori relativamente giovani, ci troviamo a scontrarci con altri mondi, come quelli televisivi, che cercano di invadere l’arte teatrale. Qui invece c’è un’operazione fatta per amore dell’arte teatrale e credo che tutti noi, da Ugo Pagliai all’ultimo degli attori, se esiste l’ultimo degli attori, abbiamo fatto di tutto anche per venire incontro alle esigenze del Globe, che certamente non dispone dei mezzi produttivi di un teatro stabile e tutti l’abbiamo fatto per amore e passione. Questo discorso vale da Ugo Pagliai fino ai semplici figuranti, che si sono comportati con una professionalità eccezionale ed hanno permesso di realizzare dei cambi di scena che sono delle vere e proprie azioni recitative. Credo che il pubblico percepisca questo grande amore per quello che si fa. Anche in questo senso la presenza di un attore della levatura e dell’esperienza di Ugo Pagliai ci ha confermato che si può andare avanti in questo mestiere senza rinnegare il proprio ideale artistico, senza supponenza, cioè mettendosi sempre a rischio ogni sera, come a noi è quotidianamente richiesto, il che è veramente impegnativo e faticoso. Il teatro lo si fa solo per amore, altrimenti sarebbe più facile andare a fare dei ciak altrove che possono essere ripetuti o corretti, mentre noi questo non possiamo farlo: il teatro è proprio come la vita, non si può tornare indietro!

 

Giacinto Palmarini (Edmund)

 

Ciao Giacinto, ci vuoi parlare del personaggio che interpreti nella rappresentazione del “Re Lear” attualmente in scena al Globe Theatre di Roma e di come hai preparato questa tua pregevole e coinvolgente interpretazione?
Certamente, innanzitutto diciamo che nel teatro di Shakespeare vi sono dei personaggi archetipici che, con delle modifiche, ritornano quasi sempre in ogni opera con la finalità di rappresentare le più importanti e potenti passioni umane. Questo accade anche nel caso del mio personaggio, che è quello di Edmund, che è un personaggio a tutto tondo ma allo stesso tempo assomiglia notevolmente a tanti altri personaggi, come ad esempio Mercuzio, ma in chiave negativa. Il ruolo da me interpretato rientra nel novero di quei personaggi che potrebbero essere visti come incarnazione di alcune debolezze umane e di negatività profonde, quei personaggi che, in una visione manichea dell’esistenza, potrebbero essere benissimo considerati come i “cattivi” contrapposti nettamente ai “buoni”. Io però in modo particolare tendo sempre a cercare di capire le ragioni del personaggio, al di là di quelli che possono essere i giudizi morali. Quindi in questo senso il personaggio di Edmund si comprende soltanto se si considera che lui, nella società rappresentata nel “Re Lear” è una sorta di reietto, cioè un personaggio quasi evitato ed emarginato perché nato da una relazione extraconiugale con una puttana e quindi è un bastardo non riconosciuto che cerca di riequilibrare questa che gli sembra un’ingiustizia e, con quest’obiettivo, tradisce il padre, tradisce il fratello e fa la scelta del male.

 

In effetti il tuo rappresenta forse uno dei personaggi maggiormente complessi nell’ambito dell’intera opera…
Diciamo che tutti sono molto complessi, poi un altro aspetto di Edmund è quello della finzione: è uno che finge benissimo, finge di amare, finge di rispettare il potere, finge qualsiasi cosa pur di raggiungere il proprio obiettivo. In questo senso è anche un personaggio estremamente moderno perché è il prototipo dell’opportunista, di quello che sa fingere benissimo e quindi riesce ad ottenere pian piano una serie di risultati partendo da zero. E’ un mentitore provetto, è uno che sa usare la menzogna a proprio vantaggio e all’apice della sua inarrestabile scalata sociale addirittura sta quasi per diventare re d’Inghilterra, estromettendo dal potere il Duca di Albany , praticamente facendo fuori una delle sorelle (ndr. una delle figlie del Re Lear, da lui designate come eredi del suo regno), e sposando l’altra sarebbe diventato da niente che era persino Re d’Inghilterra; è dunque il prototipo dello scalatore sociale, quindi particolarmente attuale ed assolutamente stimolante ed interessante da interpretare.

 

L’opportunità di lavorare in una compagnia di attori che può fregiarsi della presenza di un grandissimo nome come quello di Ugo Pagliai come l’hai vissuta?
Ma, guarda, io ho il grande rammarico di non avere scene con Ugo: infatti i personaggi che nella tragedia shakesperiana rappresentano essenzialmente i due opposti paradossalmente non vengono mai ad incontrarsi. Re Lear è un uomo che non sa fingere, è uno che parla col cuore, è uno istintivo, è uno che prova una rabbia autentica e prepotente, è quella e basta e lui le dà sfogo, tragicamente è fatto della stessa pasta della figlia più piccola Cordelia, quella che poi condanna all’esilio. Al contrario Edmund è il mentitore perfetto e, guarda caso, Shakespeare questi due opposti non li fa incontrare mai, tranne che nella scena finale quando quest’ultimo ordina risolutamente di rinchiuderli e farli fuori perché, finchè sono vivi la sorella erede al trono ed il vecchio titolare del potere, potrebbero inficiare il suo ambizioso progetto di diventare Re d’Inghilterra. Quindi da una parte ho purtroppo questo rammarico di non aver recitato più scene al suo fianco, ma d’altro canto ho avuto grandissimo piacere nell’ascoltarlo da dietro le quinte, nel vederlo durante le prove dello spettacolo; insomma ho avuto comunque la possibilità di godermi un po’ il suo eccezionale genio recitativo, non lo avevo mai visto a teatro e devo dire che è assolutamente un professionista di eccellenza.

 

Un’ultima domanda: in una compagnia costituita da così tanti attori, molti dei quali anche piuttosto giovani, che clima si è venuto a creare? Come avete collaborato per mettere in scena lo spettacolo?
Noi con Daniele (ndr. il regista Daniele Salvo) abbiamo sempre lavorato all’insegna della collaborazione reciproca, che può anche andare oltre i ruoli che ci sono stati conferiti, lui regista e noi attori; cerchiamo dunque di resistere in tutti i modi al fatto che, con la ruolizzazione, si possano creare barriere insormontabili e tutt’altro che stimolanti. Quello che ci proponiamo invece di effettuare è condividere insieme questo cammino di conoscenza, quindi non è un sapere che dall’alto del regista viene infuso agli attori, ma tutti apportano il loro contributo interpretativo alla rappresentazione. Questo porta talvolta inevitabilmente anche a delle tensioni, ma molto più frequentemente vengono a crearsi dei momenti di grande creatività. Noi da diversi anni recitiamo assieme ed abbiamo sempre operato in questa maniera. Daniele è un uomo molto disponibile ad ascoltare le opinioni degli attori, che spesso sono anche risolutive, e nello stesso tempo da parte nostra c’è il massimo rispetto e la massima disponibilità per in qualche modo rientrare in un disegno complessivo, che comunque deve essere il più possibile omogeneo. Non è che ognuno può andare dove vuole, cerchiamo di trovare sempre un equilibrio tra la proposizione personale e la direzione registica: ognuno di noi può proporre delle proprie soluzioni interpretative o dei suggerimenti per l’organizzazione dello spettacolo, ma a tutto questo patrimonio di creatività deve essere comunque conferita una certa indispensabile coerenza.

 

 
Melania Giglio (Goneril)

 

Ciao Melania e innanzitutto complimenti per l’interpretazione intensa, passionale e sconvolgentemente viscerale che hai donato al personaggio di Goneril, una delle protagoniste assolute del dramma shakesperiano; come ti sei preparata per interpretare questo ruolo?
Guarda, intanto la stimolante ispirazione che mi ha fatto partire nell’interpretazione e mi ha migliorato molto è stata quest’impostazione di regia, volta a rappresentare un mondo arcaico molto violento e non mediato dalle convenzioni borghesi, che poi sono quelle che assolutamente ci limitano e ci condizionano nella vita quotidiana. Quindi la cosa che senz’altro mi ha interessato di più è stato questo entrare in contatto con un animo come quello di Goneril, tormentato e violento, ma allo stesso tempo estremamente fragile, sena avere i filtri delle convenzioni borghesi. Proprio per questi motivi dunque lo spettacolo è sicuramente interessante ed avvincente.

 

Nel corso della rappresentazione molte scene ti hanno visto come indiscussa protagonista ma, se ne dovessi scegliere una che interpreti con maggiore passione, quale identificheresti?
Senz’altro la scena di passione con Edmund, è quella maggiormente priva di filtri borghesi. Se dovessi definire il personaggio lo definirei arcaico, anti-convenzionale ed anti-borghese e sicuramente quella è una scena in cui tutte queste caratteristiche sono portate sino all’esasperazione. Se di solito, quando si rappresentano ruoli femminili, soprattutto in Shakespeare, si è spesso vittima di incombenti stereotipi, questo vincolo viene assolutamente superato per quanto concerne il ruolo dell’indomabile Goneril ed in particolar modo questo è del tutto visibile nella scena a cui sto facendo riferimento. Lì, secondo me, credo che siamo riusciti a raggiungere uno stato di alterazione vera, uno stato di violenza primigenia non filtrata dai nostri comuni stereotipi borghesi.

 

Come si è svolto il lavoro nell’ambito della compagnia? Si è creata una bella interazione ed alchimia fra i numerosi attori che hanno partecipato a questo progetto teatrale?
Sì, anche perché siamo in realtà un gruppo attoriale che ha già avuto modo di lavorare assieme da parecchi anni, abbiamo fatto diverse esperienze insieme sia con la regia di Daniele Salvo che con altri registi come Luca Ronconi o Marco Carniti, insomma siamo attori che hanno lavorato assieme diverse volte in diverse occasioni. Ci conosciamo quindi molto bene e c’è grande sintonia e fiducia reciproca. Però quest’esperienza è stata, secondo me, rispetto alle altre che abbiamo fatto, un po’ particolare perché il “Re Lear” è un testo che comunque ti condiziona enormemente per la sua carica di violenza, di autenticità e di ferocia espressiva, un testo che va fino in fondo all’essenza delle passioni umane, all’essenza dei rapporti, rapporti fra padre e figli, rapporti fra moglie e marito, rapporti fra sorelle, cioè è un testo che rappresenta un mondo arcaico che va dritto al cuore dei sentimenti e delle emozioni dei personaggi. Quindi anche per noi è stata un’esperienza molto forte ed in qualche modo anche spiazzante. Scoprire che questo testo in un certo senso ci toccava in maniera differente, ci toccava appunto in modo anti-borghese, ci costringeva a non essere borghesi, ha condotto alla creazione di una grande interazione tra noi attori, accrescendo la fiducia e l’affetto già esistenti fra persone che si conoscono e che lavorano da tanto assieme. Però è stata certamente un’esperienza molto particolare.

 

Questo spettacolo verrà portato anche in altri teatri oppure è un progetto limitato al Globe Theatre di Roma e a questa stagione estiva?
Allora, lo spettacolo è stato pensato per darne una prima visibilità, una prima vetrina al Globe e poi l’idea che avevamo in mente e che condivideva anche lo stesso Proietti sarebbe quella di collaborare con alcuni teatri stabili in modo tale da proporne anche delle riprese invernali, in primis con il Teatro di Roma. C’è questa cosa nell’aria, di cui adesso dovremo verificare l’attuabilità, però ecco l’idea sarebbe appunto questa.

 

Uno spettacolo di questo livello sarebbe sicuramente meritevole di una visibilità maggiore, anche in tutta la penisola italiana…
Lo spettacolo per essere uno Shakespeare è anche relativamente agile: inoltre la dinamicità del modo di interagire tra gli attori, i costumi ricchi e affascinanti ed una certa modernità dell’impostazione lo rendono ancora più fruibile. Tra l’altro l’idea delle videoproiezioni nasce intanto per usare il Globe Theatre, per sperimentarlo in un modo diverso ed originale perché nessuno in precedenza le aveva mai utilizzate in questo contesto, sinora cornice solamente di spettacoli maggiormente “classici” e tradizionali; questo è quindi innanzitutto un modo per sperimentare le potenzialità espressive del Globe, ma allo stesso tempo anche e soprattutto un modo per poter far girare in un modo relativamente agile lo spettacolo.

 

Forse, presentando un testo di questa levatura in una chiave maggiormente moderna, si riesce ad avvicinare un pubblico più eterogeneo?
Certo, ma guarda il problema, lo dico senza polemica, non è mai il pubblico, il problema sono gli operatori, i creatori degli spettacoli teatrali. Il pubblico, come hai potuto vedere ieri sera assistendo allo spettacolo, è numeroso e tendenzialmente anche piuttosto giovane. Uno Shakespeare, se è fatto bene, se lo vedono, se lo godono un grandissimo numero di spettatori amanti del buon teatro e alla fine ti regalano anche venti minuti di applausi, al termine della prima del nostro spettacolo c’è stato un vero e proprio tripudio di folla. Il problema non è il pubblico, il pubblico anche se è molto giovane come al Globe e magari è più abituato ad assistere alle commedie, comunque si lascia appassionare e coinvolgere da uno spettacolo ben recitato e prodotto. Io credo che in Italia si pensi che il pubblico sia molto più stupido di quello che è in realtà; il pubblico, se una grande tragedia shakesperiana è fatta bene, se la gode tutta ed è felicissimo alla fine.

 

Infatti sicuramente la qualità dello spettacolo avvicina un gran numero di spettatori e poi un gran nome come Ugo Pagliai ed una compagnia conosciuta come la vostra indubbiamente hanno il loro peso nell’avvicinare una considerevole fetta di pubblico…
Sì ma poi è come è fatto lo spettacolo, cioè se lo spettacolo è fatto bene, recitato bene, non annoia, può vantare belle scene, belle luci, belle musiche, attori bravi ed una regia curata, il pubblico rimane lì per tre ore, anche stando seduti per terra e si diverte. Io non vedo il problema di avvicinare il pubblico giovane a Shakespeare, vedo piuttosto degli operatori incapaci di mettere in scena degli Shakespeare che con la loro qualità siano in grado di avvicinare il pubblico. Il pubblico c’è, bisogna solamente saperlo attrarre e stimolare nel modo giusto. Inoltre il Globe Theatre ha comunque un pubblico notevolmente giovane, quindi non è neanche da dire “sai, c’è gente perché ci sono le signore che fanno l’abbonamento all’Eliseo”; non è vero, c’è anche un pubblico giovane che si compra i biglietti tramite Internet, si vede una tragedia shakesperiana, gli piace e ci ritorna…questo è il senso più vero e profondo del fare cultura! E poi il pubblico ritorna anche, perché comunque c’è una grande fidelizzazione nei confronti degli spettacoli al Globe; nel corso degli anni un numero sempre più grande di spettatori si è avvicinato a questa moderna e preziosa realtà teatrale e di sicuro nessuno ne è rimasto deluso.

 

 
 
Gianluigi Fogacci (Edgar)

 

Ciao Gianluigi e benvenuto su Gufetto, è per noi un grande piacere poter scambiare quattro chiacchiere con te per parlare di questa eccezionale versione scenica del “Re Lear”che sta donando lustro e prestigio al cartellone di spettacoli del Globe Theatre per questa stagione estiva. Ci parli brevemente del tuo personaggio?
Il personaggio da me interpretato è quello di Edgar, figlio legittimo del Conte di Gloucester: si tratta di un personaggio che si potrebbe dire fare parte di una sorta di sub-plot del “Re Lear”: in questa tragedia shakesperiana difatti da un lato abbiamo la storia di Lear con le sue tre figlie alla guida del regno e dall’altra viene narrata la storia di Gloucester, duca notabile del regno di Lear ed altro uomo potente dello Stato, che ha due figli, uno legittimo che sarei appunto io, ed uno cosiddetto bastardo che è Edmund, i quali apparentemente sembrerebbero legati da un rapporto di fiducia, intesa ed affetto, anche reale probabilmente da parte di Edgar. Il fatto però che il fratello bastardo Edmund non possa godere di tutti i privilegi che avrà il legittimo alla successione della casata nobiliare, lo spinge ad architettare, in questi venti di rivoluzione e di radicali cambiamenti per la successione a Re Lear e la spartizione del suo regno, una specie di complotto ai danni del fratello legittimo e lo incolpa di voler uccidere il padre per impadronirsi sin da subito dei suoi possedimenti. Il padre cade ingenuamente nel tranello e questo figlio legittimo Edgar è costretto a scappare ed allora la cosa bella ed interessante di questo personaggio dal mio punto di vista è che si possono chiaramente percepire i due percorsi di vita opposti da lui seguiti prima e dopo questa ingegnosa macchinazione operata ai suoi danni dal malvagio fratellastro: da una situazione di totale agio contraddistinta dai privilegi e dalle comodità che può avere il figlio di un grande e potente nobile, è improvvisamente costretto a fuggire e viene quindi a trovarsi in una situazione di fuggiasco e per non farsi trovare decide di spogliarsi di tutto, anche fisicamente, per non farsi riconoscere dai suoi persecutori. Però, attraverso questo doloroso percorso di fuggiasco, come per tutte le persone che sono state perseguitate, che devono fuggire o per motivi politici o per motivi di guerra o per qualsiasi altro motivo, viene a trovarsi in proprietà di nulla e, proprio in questo frangente secondo me, questa esperienza lo fa maturare tantissimo, come uomo comprende tantissime fondamentali verità esistenziali sino ad arrivare ad un giusto, sudato e meritato riscatto. Nel frattempo il fratello bastardo passa da una condizione di sfavore, da una condizione meno privilegiata ad una condizione di potenza, ma al termine della tragedia verrà duramente punito per la sua infima condotta di vita. Insomma i due personaggi seguono due percorsi inversi che poi però si ricongiungeranno alla fine, allorché Edgar torna come vendicatore e addirittura gli viene assegnato il regno; quindi alla fine viene a raggiungere un riscatto totale. Tale riscatto totale ed il peso di governare, se fossero arrivati prima su di lui e sulle sue spalle, non avrebbero trovato in lui la necessaria capacità, l’esperienza umana di chi invece ha dovuto seguire un percorso di sofferenza fisica e interiore. Questo perché la condizione di essere perseguitato dal padre, di non avere più niente, sono traumi non solamente fisici e l’immagine della nudità di Edgar sotto la tempesta burrascosa altro non è che una efficace metafora dell’uomo che deve affrontare un percorso di dolore per riuscire in qualche modo ad arrivare. Come Lear che fa lo stesso percorso addirittura attraverso la follia per arrivare a comprendere gli sbagli che ha compiuto e a trovare le ragioni reali e più profonde dell’esistenza, allo stesso modo anche Edgar finge di essere folle, però in qualche modo è una follia simulata che viene tratteggiata secondo modalità caratteristiche del teatro tradizionale, con chiarissimi riferimenti a certe archetipiche figure della tragedia classica. In quest’opera tutti i personaggi si travestono da qualcos’altro, ad esempio si pensi al Conte di Kent: lui è proscritto e, per rimanere accanto al suo sovrano, si traveste da umile servitore e proprio in questa sua totale fedeltà e nella sua capacità di mettersi in gioco indossando una maschera risiede il grande fascino che contraddistingue questo personaggio.

 

Un altro aspetto che colpisce molto dello spettacolo è il ritmo intenso della narrazione che quasi la avvicina allo stile serrato e coinvolgente di una pellicola cinematografica delle più movimentate e moderne dei giorni d’oggi. Quali sono secondo te gli aspetti più moderni e contemporanei, adattabili alla realtà attuale, dei testi di Shakespeare?
Queste caratteristiche che hai ravvisato nella rappresentazione scaturiscono ovviamente dall’esigenza di fruibilità di una storia così complessa e così articolata, perché se si fosse fatto un testo integrale con tutte le scene forse sarebbe durata cinque ore come fece ad esempio Strehler alla fine degli anni Settanta o Ronconi negli anni Novanta e, con quel teatro tutto sommato abbastanza scomodo e con il pubblico anche giovane che si deve avvicinare in qualche modo al teatro shakesperiano, sarebbe stata una strada estremamente rischiosa e forse non troppo remunerativa. Allora, cercando invece di dargli un ritmo maggiore, eseguendo dei tagli che comunque preservassero i momenti essenziali e più coinvolgenti della storia ed anche i pezzi di grande letteratura custoditi in questa tragedia, si è cercato di attualizzare il testo teatrale e renderlo maggiormente adatto a un pubblico variegato. Si è raggiunto questo obiettivo anche con l’aiuto delle video-proiezioni e delle musiche coinvolgenti , obiettivo che poi è del tutto legittimo perché per lo stesso Shakespeare a quei tempi il teatro non era un esercizio per intellettuali, era piuttosto una forma di intrattenimento alta se si vuole ma a cui assisteva comunque anche il popolo, la gente comune. Non vorrei sembrare blasfemo ma era in qualche modo la loro “fiction dell’epoca”, che seguivano col puro e semplice intento di divertirsi. A questo proposito c’è un aneddoto simpaticissimo: c’era uno spettatore che, tutte le sere che veniva rappresentato l’Amleto al Rose, andava a vederlo seguendo solamente i minuti finali di ciascuna rappresentazione perché gli piaceva di sentire risuonare il cannone che interveniva alla fine dello spettacolo. Questo ci fa capire come anche ai tempi di Shakespeare si prestasse attenzione agli effetti speciali, che chiaramente erano molto più artigianali e meno tecnologici di adesso: noi giustamente, vivendo negli anni duemila, sfruttiamo anche le possibilità che ci sono offerte da questo punto di vista. Anche Shakespeare faceva questo tipo di operazione: ad esempio i costumi che suggeriva di utilizzare nelle sue rappresentazioni erano contemporanei anche qualora si mettessero in scena racconti ambientati ad esempio nel mondo classico, sotto questo aspetto noi siamo stati indiscutibilmente più filologici. La grande forza di Shakespeare è che le tematiche e le parole sono di un’attualità straordinari, si pensi solo alla tematica dei conflitti politici e di potere. All’inizio c’è questa imponente scena di grande tensione politica, perché si percepisce che ci sono delle brucianti tensioni fra Cornovaglia, Francia e Inghilterra. Il fatto stesso che Lear, con questo atto di successione, decida di suddividere il regno tra le sue tre figlie, tra l’altro un regno che non può contare sulla discendenza di eredi maschi, rappresenta un modo per mantenere gli equilibri politici: infatti appena termina questa scena Cordelia se ne torna in Francia ed il suo novello sposo muove guerra verso il regno che sino ad allora era stato governato da Lear. E’ vero che queste tematiche non vengono sviscerate a fondo nella trama poiché viene privilegiato maggiormente l’aspetto privato, la tragedia familiare, però la situazione circostante è quella del disfacimento di un grande regno. Possiamo quindi pensare che anche adesso ci sono analoghe situazioni di divisioni di stati e fratricide lotte intestine: magari non è una realtà che noi viviamo direttamente né è al giorno d’oggi sperimentata in Europa, ma se si pensa ad esempio agli eventi verificatisi qualche anno fa nella ex-Jugoslavia o alla deflagrazione totale verificatasi nell’area balcanica subito dopo la morte del generale Tito si potrà immediatamente avere un’idea della stringente attualità e modernità del testo shakesperiano.

 

GRAZIE A: Ufficio Stampa Zetema Progetto Cultura

 

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