L’intelligente, divertente nonché coraggioso spettacolo Minchia signor tenente, in scena a Milano fino al 30 gennaio 2011 presso il Teatro Martinitt - recentemente restaurato (ottobre 2010) con atto rimarchevole, considerata l’attuale situazione economica, dopo un abbandono più che trentennale della vecchia struttura già teatro/cinema del complesso inaugurato nel 1932 per ospitare gli orfani (Martinitt in milanese) - mi ha indotta a curiosare dietro le quinte per conoscere Antonio Grosso, giovane autore nonché attore della pièce che dopo Milano andrà a Roma presso il Teatro dei Servi.
Ispirato al celebre brano - arrivato secondo a Sanremo nel 1994 - Signor Tenente del duttile Giorgio Faletti, all’Arma ‘familiare’ all’autore e a fatti di cronaca, lo spettacolo tratteggia in modo pacato, ma incisivo il quotidiano tran tran di una caserma siciliana in cui operano uomini semplici provenienti da diverse parti d’Italia.
Sotto la cenere del tedio cova la brace della mafia che finirà con il mandare all’aria l’apparentemente tranquilla esistenza di quella singolare comunità: bonarietà, umorismo, ironia, satira, sofferenza, dolore e dramma sono i colori usati per dipingere con l’ausilio di ottimi attori e di una valida regia un indimenticabile quadro di Sicilia.
Un delizioso e dolcissimo cagnolino, mascotte della compagnia, rende facilissimo il dialogo e si pone come rassicurante testimone.
Pare che lo stimolo a scrivere questa pièce abbia radici nell’esclamazione di tuo padre sull’influenza di un eventuale vittoria a Sanremo della canzone Signor Tenente: quanti anni avevi e come mai sei rimasto così colpito dall’episodio?
È vero, avevo poco più di 10 anni e in casa mio padre carabiniere affermava che, se la canzone avesse vinto, avrebbe modificato la mentalità italiana infliggendo un duro colpo all’organizzazione mafiosa.
Oltre a tuo padre ci sono altri carabinieri in famiglia? Anche tu avevi pensato a questa carriera?
La mia esperienza familiare è stata fondamentale per la nascita di questo lavoro: infatti mamma e papà sono a loro volta figli di carabinieri, anzi si sono conosciuti perché i loro genitori erano entrambi nell’Arma a Torre del Greco. Antonio e Vincenzo della commedia sono i miei nonni così come me li hanno raccontati i miei genitori. Io sono nato nell’aprile dell’82 e loro sono mancati rispettivamente a giugno e agosto.
Pur essendo i miei nonni scomparsi nell’anno della mia nascita, ho imparato a conoscerli dai racconti dei miei e la loro storia si è trasformata in un’epopea familiare.
Così li ho trasportati nella pièce conservandone i nomi e alterandone i cognomi: il maresciallo Antonio è il nonno paterno e Vincenzo quello materno.
Comunque io non ho mai pensato di seguire le loro orme (anche mio zio è carabiniere): mio cugino di trentasei anni ha assicurato continuità al lungo rapporto della nostra famiglia con l’Arma.
Vista la tua esperienza privata quali ritieni siano le ragioni del proliferare delle fiction sull’Arma e i motivi del loro successo? Quanto appare in televisione corrisponde alla realtà da te indirettamente vissuta?
Intanto l’ultima vera fiction è stata il Maresciallo Rocca con Proietti, poi c’è stato Don Matteo dal taglio un po’ particolare.
Resta il fatto che la maggior parte degli Italiani ha voglia di sentirsi protetta e i Carabinieri costituiscono una sicurezza non solo nei grandi eventi, ma anche nel quotidiano.
Diversa è la realtà familiare vissuta rispetto a quanto scivolato nel testo per sua natura romanzato perché abbia successo.
D’altro canto mio padre ha letto la prima stesura e me l’ha fatta limare.
Ritieni che un lavoro come il vostro potrebbe essere fatto in televisione?
Avrebbe più successo un film, come quello già scritto da me a 23/24 anni.
Qual è stato il tuo percorso formativo? Sei stato anche in televisione? Come ci sei arrivato?
Ho studiato con Isabella del Bianco e Cristiano Censi al Teatro Azione e anche il mio percorso esistenziale è stato importante per la mia formazione. Nato a Roma, sono cresciuto nella terra dei miei in provincia di Napoli e a 18 anni sono ritornato a Roma per ‘imparare il mestiere’. Dopo la laurea (3+2 anni) al Dams, ho avuto la fortuna di trovare un agente, Alessandro Pellegrini, che ha creduto in me e sta promuovendo bene la mia immagine.
Oggi conta di più essere bravi o belli?
Ritengo che conti di più essere bravi. Sono fautore della meritocrazia e ne sono un esempio palese. I miei genitori, carabiniere e casalinga, non mi hanno potuto appoggiare in questa strada anche se devo il mio successo al loro incondizionato sostegno. Poi ho trovato persone che hanno creduto in me e nel mio talento.
Ti senti arrivato? E cos'è il successo?
No, mi sento all’inizio anche se voglio crescere e salire. Mi duole non avere conosciuto i grandi del passato che mi avrebbero dato tanto. Ho comunque un progetto con Massimo Ranieri (straordinario personaggi) con cui sono orgoglioso di potere lavorare: lo ritengo uno degli ultimi attori della vecchia scuola e spero di potere imparare molto, anche la sua straordinaria carica umana.
Il successo è una cassa di risonanza, come diceva Troisi: se sei bravo, diventi bravissimo, se sei cattivo cattivissimo ...
Hai esperienza di teatro all'estero? Secondo te ci sono differenze?
Non ho mai lavorato all’estero, ma so che ci sono più mezzi economici e più aiuti: lavorando di più (ogni anno in Italia si producono 30 film, in Francia 180!) si acquisisce maggiore professionalità.
Avete portato questo spettacolo a Mazzara del Vallo? Che reazioni hai potuto registrare?
Grande partecipazione e poi abbiamo recitati in un teatro splendido che è appena stato restaurato dopo lustri di chiusura e abbandono. Poi il mio motto è “fare ridere riflettendo” e a Mazzara ci siamo riusciti.
Dopo alcune chiacchiere, saluto questo simpatico, piacevolissimo, intelligente e sagace romano che si sente partenopeo anche se a Roma vive bene nel suo “tranquillo caos” e tifa per il Napoli con la promessa di risentirci e soprattutto di rivederlo recitare.
























