Vedendo gli spettacoli e ascoltando in conferenza i protagonisti emergono curiosità, simpatie, voglia di saperne di più, insomma desiderio di rapporto umano diretto per comprendere meglio e cogliere piacevoli sfumature che diano soddisfazioni a chi le vive e a coloro che vorranno parteciparne leggendo i resoconti.
Gli attori celebri già baciati dalla fama sono ‘braccati’ da fotografi e giornalisti, quindi la mia natura di ‘bastian contrario’ e la tentazione continua di staccarmi dal consueto mi portano a cercare i meno noti, ma non per questo meno bravi.
Soddisfatta ed entusiasta dello spettacolo Chat a due piazze (v. Teatro recensioni) al Teatro San Babila di Milano, non resisto alla tentazione di fare due chiacchiere e mi affido al fiuto per trovare le persone che rispondono alle mie aspettative.
Non mi lascio quindi sfuggire l’occasione di parlare con Gianluca Ramazzotti (Roma 1970), disponibile, affabile, semplice, senza orpelli e costruzioni e piacevolissimo nell’approccio: mi aveva colpito già in conferenza stampa per i discorsi intelligenti e pragmatici e penso che conserverebbe questa fresca spontaneità se fosse molto più celebre perchè in genere le persone dalle buone doti umane rimangono tali qualsiasi posizione occupino.
Sono rimasta colpita dal discorso relativo al tuo andare in giro per il mondo ad assistere a pièce teatrali per saggiarne la validità, ma lo fai anche per altri?
Sì, giro anche per gli altri perché non bisogna pensare di fare sempre tutto da sé. In Italia c’è un po’ ‘l’acchiappo’ della cosa già vista, di successo in modo da essere sicuri che faccia cassetta. Io, invece, ho dimostrato che si può prendere anche qualcosa di non italiano e non noto, certo che poi bisogna adattarlo e questo fa paura perché non è facile e comporta rischi.
Cosa significa adattare uno spettacolo straniero di successo?
Significa che dopo la traduzione è necessario affidarlo a persone specializzate. Io ad esempio mi fido di Luca Barcellona e Pino Tierno, esperti che, ben conoscendo usi, linguaggi, mentalità, mode e costumi italiani a volte diversi anche da regione a regione compiono un approfondito lavoro di affinamento e adattamento del testo all’italico gusto.
Come sta andando lo spettacolo a Milano?
Benissimo considerato anche che durante le feste la città si svuota; è un vero peccato che nei prossimi giorni si riparta per continuare la tournée perché ora c’è una tale valanga di richieste che non si riesce a soddisfare tutti.
Quindi pensate di tornare?
Certamente sì come stiamo per tornare a Roma dove lo scorso anno abbiamo avuto un successo strepitoso: andremo al Teatro Ghione di fronte al Vaticano. Non escludo, quindi, che il prossimo anno ritorneremo a Milano.
Quali gli ingredienti che hanno determinato il successo della pièce?
Per prima cosa la regia di Guidi che, avendo recitato in Taxi a due piazze - di cui questo spettacolo è la prosecuzione - ne conosceva in prima persona i meccanismi da vaudeville. Inoltre il ritorno di un grande come Raffaele Pisu e il vederlo recitare con il figlio Antonio rappresentano fattori di curiosità per il pubblico.
Come salta fuori la singolare battuta “La prossima volta faccio Pirandello ...” che ti lasci scappare rivolto verso il pubblico quando affannosamente fuggi, inseguito da una delle donne della pièce armata di coltellaccio?
In verità mi è stata suggerita da Guidi e devo riconoscere che all’inizio io non la condividevo, poi ho visto che piace e suscita parecchie risate e ora sono soddisfatto.
In questa situazione di crisi generale in cui anche le Istituzioni considerano il teatro fanalino di coda di una cultura ‘che non si mangia’ cosa fare per migliorare la condizione del teatro?
In questo momento di grave squilibrio economico-sociale è molto importante fare spettacoli che non diano ‘fregature’, bisogna dare garanzie che oltre ai nomi importanti ci siano una serietà generale e un lavoro che funzioni.
L’arrivo di Antonio Pisu (Carrara/MS 1984), nello spettacolo uno di due figli del taxista bigamo, costringe a salutare con un arrivederci il piacevolissimo Gianluca Ramazzotti.
Alto, piacevole di aspetto e dolcissimo nel tratto, il giovane figlio di Raffaele Pisu scambia simpatiche battute mentre da lontano - mi fa notare - si sente la voce del padre.
Una sorpresa un figlio così giovane e poi non assomigli a tuo padre!
In effetti è vero, qualcuno sostiene che ho molti tratti di mio zio Mario - attore di prosa e di cinema, più vecchio di quindici anni rispetto a mio padre - che non ho conosciuto essendo scomparso nel 1976. Quanto al ‘giovane’, ho una figlia di quattro anni e, quando ho comunicato a mio padre che avrei avuto un bambino, mi ha apostrofato dicendomi “Sei proprio un Pisu”!
Che emozioni si provano a recitare con il proprio padre?
Ora mi diverto molto, ma devo confessare che lo scorso anno quando abbiamo cominciato a recitare in questo spettacolo ero molto emozionato anche perché provo un’enorme stima nei confronti di mio padre e ciò all’inizio mi metteva in difficoltà.
Quando hai cominciato a recitare e come ti senti nell’attuale ruolo?
Verso i diciotto anni con spettacoli di vario genere e ho anche girato tre film.
In questa pièce mi sto divertendo moltissimo: fa ridere solo a leggerla, poi la regia di Guidi è determinante per rendere perfetti i meccanismi.
Si tratta di una commedia corale in cui si parte da una comicità di situazione e tutti siamo coinvolti con pari responsabilità.
La sua necessità di prepararsi per l’inizio dello spettacolo e l’arrivo di Raffaele Pisu (Bologna 1925) - che comunque entra in scena più tardi - interrompono il piacevole dialogo e finalmente conosco il ‘mitico’ padre cui pongo alcune domande, anche se dopo qualche secondo i ruoli spariscono e ho l’impressione di parlare con un amico di sempre: spirito, intelligenza, sagacia, saggezza e una cascata di simpatia travolgente.
La sua marcata vitalità mi induce a chiedere quale sia il suo segreto
Essere molto abitudinario per cui ho sempre mangiato a mezzogiorno e alla sera rigorosamente prima dello spettacolo, in genere i colleghi mangiano di notte, niente di più sbagliato. Inoltre faccio la pennichella come tutti i grandi (Churchill ...) e ciò determina in me una maggiore tranquillità e infine mando a ... chi non è gradito.
Per fare un esempio, tempo fa, a Roma, incontro un produttore che mi parla di un film non stratosferico, ma si sa che guadagnare fa sempre piacere e così il giorno successivo mi presento nel suo studio. La giovane segretaria, una tipa belloccia ..., dice che il produttore tornerà dopo mezz’ora. Poi comincia a chiedermi nome e cognome, luogo e data di nascita (1925) e se ho esperienze nel settore. Le dico il titolo di un film e alla successiva domanda del nome del regista e dell’anno rispondo ‘Fratelli Lunière’ e 1914. La tipa annota tutto senza accorgersi di nulla. A quel punto io mi alzo e .... applico la teoria di cui sopra.
Confesso che a un certo punto della mia vita, in attesa del trapasso, andai ai Caraibi, o giù di lì, e intanto qui cadevano a uno a uno amici e coetanei e persino ai Caraibi finii con il rimanere quasi solo per cui tornai e ricominciai a lavorare.
Le spassosissime gag mi inducono a chiedere: cosa significa comicità oggi? è cambiato qualcosa rispetto al passato?
La comicità è un fatto interiore, bisogna averla dentro, io che non sono un comico, ma un ‘attore comico’ sono così anche in famiglia. Oggi la gente ride ancora delle cose vecchie solo che è difficile organizzare spettacoli al riguardo: per esempio avevo fatto una serie di proposte nella città in cui vivo: un sacco di assensi, ma nessuno ha fatto niente.
Che fine ha fatto Provolino (pupazzo animato e impertinente che dal 1968 ha ironizzato sul malcostume italiano)?
È in casa a Imola dove abito - risponde con ampio e felice sorriso e occhi vispi - l’ho portato in Brasile vestito da calciatore e in quella veste anonima ha ripreso a parlare male di tutti ...
Che senso ha oggi la satira politica?
Assolutamente inutile farla: l’abbiamo già gratuitamente in diretta da Montecitorio ...
Che consiglio dà ai giovani che vogliono intraprendere la strada del teatro?
Capire che è necessario fare un gradino per volta e non farsi illudere dai falsi successi di spettacoli televisivi: professionalità significa leggere, studiare e interessarsi, diversamente non si regge nel tempo e si ruzzola nel dimenticatoio.
E Raffaele non è ruzzolato, anzi saluta “Arrivederci all’anno prossimo”!
























