ROMA FRINGE FESTIVAL-INDUBITABILI CELESTI SEGNALI, commedia dialettale senza luogo né tempo - Gufetto Magazine

ROMA FRINGE FESTIVAL

ROMA FRINGE FESTIVAL-INDUBITABILI CELESTI SEGNALI, commedia dialettale senza luogo né tempo

Sotto un cielo non proprio stellato, ma all'ombra incantatrice di Castel Sant'Angelo, Roma Fringe Festival ci regala una semifinale degna di quella che è una delle rassegne teatrali più curiose del momento. La prima opera in programma è "INDUBITABILI CELESTI SEGNALI" della compagnia Polis Papin, interpretata da Cinzia Antifona, Valentina Greco e Francesca Pica per la regia di Francesco Petti.

La commedia prende spunto dall'opera dal titolo "Festa al celeste e al nubile santuario" del drammaturgo napoletano Enzo Moscato, proponendo una storia ambientata geograficamente in quello che può essere un Basso napoletano (vascio), costruzione ben descritta anche da Matilde Serao nel suo "Il ventre di Napoli"; nulla, però, ci viene rivelato circa la sua collocazione temporale.
Anche la caratterizzazione geografica non è poi così precisa, in quanto, nel proporre una commedia dialettale, l'opera, di fatto, utilizza, oltre al napoletano, il siciliano. Delle tre uniche protagoniste, le sorelle Annina, Elisabetta e Maria, una di esse, interpretata da Cinzia Antifona, palermitana, usa il dialetto isolano.
La scelta è sicuramente voluta per rendere l'ambientazione il meno precisa possibile, contestualizzandola, però, a un più generale Meridione d'Italia, nel quale l'antropologia religiosa è ancora spesso dominata da credenze mistiche, superstizioni e tabù che portano a una conseguente difficile condizione femminile. Le tre sorelle sono tre zitelle, chiuse nella loro casa arredata da cubi che diventano veri e propri altarini da culti sincretici, che vengono sapientemente mossi dalle attrici sulla scena, creando quel movimento che scandisce le parti della commedia, rendendo meno asfittica l'ambientazione.

Il pettegolezzo, proprio di quello che nell'immaginario comune è un atteggiamento tipico dell'abitante del piccolo paese, caratterizza il senso di superstizione di cui si diceva e che introduce l'argomento che sarà poi il culmine dell'opera e che ne indirizzerà l'epilogo: alcune donne del paese sono morte il 7 dicembre e altre sono morte l'8, giorno festivo; Annina dice di sapere come mai alcune muoiono durante un giorno festivo. Ecco il perché: sono morte vergini.
Grazie alla maestria delle attrici che interpretano battute divertenti nelle quali emergono doppi sensi legati alla verginità vera o presunta di compaesane e della stessa Maria, una delle sorelle (il nome è emblematico), la storia si sviluppa in un climax che porta al litigio tra le protagoniste, scandito anche musicalmente dall'Oratorio di Natale di Bach. Maria, la sorella, diventa metafora dissacrante dell'immacolata concezione, festività alla vigilia della quale è ambientato il tutto, e, quando si scopre che è incinta, diventa, quasi per metamorfosi, un simulacro della Madonna. Il finale è tragico, ma forse anche liberatorio per l'assassina stessa, che avvelena le due sorelle zitelle invidiose dell'amore possessivo di Maria per l'uomo che l'ha messa incinta.

La morte è rappresentata con le due attrici immobili in piedi che tengono il volto abbassato, poste simmetricamente rispetto alla sorella viva; questo escamotage registico rende perfettamente l'idea che esse sono ormai uscite di scena, sono quasi dei manichini senza motore che creano nello spettatore un senso di angoscia inaspettato e trasformano quella che era iniziata come commedia, in una tragicommedia della liberazione da pregiudizi, dalla grettezza e dalla superstizione.
La bravura delle attrici e della regia risalta anche nell'uso della gestualità, usata come espediente per costruire i dialoghi e le scene stesse (nel momento dell'ultima cena, ad esempio, oppure quando Annina ed Elisabetta parlano con le spalle al pubblico, ma muovono le mani dietro la schiena come fossero di fronte); questa crea un trait d'union con la napoletanità di fondo a cui si ispira l'opera intera. Il regista fa ampio uso della musica, iniziando lo spettacolo e terminandolo con Perfect Day di Lou Reed, non soltanto per creare una cornice all'opera, quasi fosse una copertina di un libro, ma tentando anche probabilmente di voler marcare una ciclicità della Storia, come la intendevano anche gli antichi greci, corsi e ricorsi, le storie che tornano.

Una tarantella, una canzone melodica francese e musica da processione intervallano le sequenze, dando allo spettacolo un ulteriore elemento estetico di fruibilità e godibilità della narrazione da proporre allo spettatore. 

Info:
INDUBITABILI CELESTI SEGNALI

Regia: Francesco Petti – Interpreti: Cinzia Antifona, Valentina Greco, Francesca Pica
Scenografie e costumi: Domenico Latronico – Sarto di scena: Marco Serrau
Luci: Franco Pescetti – Compagnia PolisPapin – Associazione Culturale Melisma
Le foto di scena del nostro spettacolo sono di JACOPO NADDEO

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