ROMA FRINGE FESTIVAL: è GUERRIERE il secondo semifinalista - Gufetto Magazine

ROMA FRINGE FESTIVAL

ROMA FRINGE FESTIVAL: è GUERRIERE il secondo semifinalista

È “GUERRIERE” di Giorgia Mazzucato lo spettacolo finalista del Roma Fringe Festival 2015: ha avuto la meglio sugli altri due semifinalisti della seconda settimana, LA VERA VITA DEL CAVALIERE MASCHERATO (Compagnia Azzèro Teatro) e COSÌ GRANDE E COSÌ INUTILE della Compagnia Il servomuto.
Gufetto, che fa parte della giuria del Fringe vi racconta gli spettacoli semifinalisti e ovviamente, il vincitore…

Val la pena sottolineare che gli spettacoli semifinalisti di questa settimana appartengono a tre diversi generi: il teatro storico di GUERRIERE”, quello ironico e surreale del “CAVALIERE MASCHERATO” e quello onirico e poetico di “COSì GRANDE”. Sebbene i tre spettacoli siano stati tutti a loro modo suggestivi, GUERRIERE è forse quello che ha manifestato una più coerente linea drammaturgica e narrativa, mentre, a nostro avviso, lo spettacolo della Compagnia Azzero, seppure estroso si smarrisce in una trama surreale che per lo più diverte senza colpo ferire. Quanto a “COSì GRANDE”, tutto dedicato alla figura di Majakovskij è un affresco difficile e sperimentale che sfuma in una divagazione onirica affascinante sì, ma forse di difficile comprensione.

GUERRIERE - TRE DONNE NELLA GRANDE GUERRA

Lo spettacolo GUERRIERE è una ricostruzione approfondita della figura della Donna nel Primo conflitto mondiale: protagonista unica una ironica e appassionata Giorgia Mazzucato che incarna non già una sola donna ma tre diverse figure: la Soldatessa (in incognito), la Portatrice Carnica, l’Albergatrice. Tre diversi contesti di vita e lavoro restituitici con dovizia di dettagli storici (frutto di un lavoro di ricerca approfondito – vedi anche la recensione di Gianluca Flammini).
Lo spettacolo è sostenuto da un bell’impianto scenico curato da Gaetano Pimpolini e accompagnato da musiche suonate in scena: Veronica Giuffrè al violino, Mario Di Marco al clarinetto, Dario Giuffrida (melodica). Muovendosi in una scena divisa in tre parti, l’attrice padovana passa anche da un ruolo all'altro con agilità e spigliatezza. Cambia il registro, cambia l’intonazione, cambia anche, nel corso dello spettacolo, la vita della figura umana raccontataci: dalla narrazione tutta ironica di aspirazioni, impegno individuale e vita quotidiana al fronte, si passa poi alla desolazione, alla solitudine, alla paura della Guerra e dei suoi effetti.
Ne emerge un quadro storico interessante, uno sforzo di restituzione di un universo femminile in crescita che vedrà nella Donna una figura in lotta con la Grande Guerra della Vita. L’attrice è convincente soprattutto nei panni della soldatessa, un personaggio affascinante che fa luce su un mondo maschile (quello della trincea) ironicamente reso nella sua portata ampiamente sessista (un parallelismo forse con ‘atteggiamento della società dell’epoca).
Il punto di vista femminile nella Grande Guerra non è certo nuovo, ma qui viene sostenuto da un bel lavoro di ricostruzione storica sulla base di testi originali, che conferisce una certa dolorosa veridicità innegabile a tutto lo spettacolo. Sfugge forse, nella pièCe, una frase cardine che faccia da legante coi tempi moderni che faccia chiaramente da sponda a quelle nuove sfide che aspetta la Donna moderna che, raggiunte quelle “conquiste” tanto agognate (riconoscimento sociale, parità, diritto di voto) ancora non ha smesso veramente di combattere e di sentirsi un'eterna “Guerriera”.

LA VERA VITA DEL CAVALIERE MASCHERATO

Applauditissimo e sicuramente colmo di un brio contagioso “LA VERA VITA DEL CAVALIERE MASCHERATO” DELLA L’opera, messa in scena dalla Compagnia Azzèro Teatro mette in scena un’opera brechtiana “La vera vita di Jacob Geherda” mescolando suggestioni che provengono dal teatro dell'assurdo, i caratteri della commedia napoletana e umorismo a piene mani. Numerosi interpreti riempiono la scena, divertono, eccedono volutamente nell’esecuzione e non mancano di sfruttare agevolmente gli spazi aperti del palco all’aperto del Fringe.
La storia è quella di un umile cameriere vessato da un locandiere padre-padrone e da avventori beoni della pensione per cui lavora. Ma quando cè da riparare all’ingiustizia, ecco che si trasforma in un Cavaliere, pronto ad ingaggiare duelli surreali con il cattivo di turno.
Nonostante il retrogusto brechtiano che resta nell’ambientazione e in qualche passaggio più amaro, l’opera si pregia di un ritmo sostenuto, una buona gestione dello spazio scenico da parte degli attori, di una evidente originalità nelle trovate corali e di una tensione al riso che non dimentica una morale del "riscatto" che vede nella miseria umana il punto di partenza di una potenziale rivincita. Non basta però a convincere la giuria che pure applaude divertita un’opera estrosa ma le cui peculiarità didascaliche sono comunque annacquate in un clima goliardico piacevole che sovrasta, piacevolmente, su tutto.

COSÌ GRANDE E COSÌ INUTILE

Lo spettacolo della Compagnia Il servomuto, “COSì GRANDE E COSì INUTILE” tenta una difficile missione: scongelare il mito e la figura del poeta russo Majakovskij, autore controverso e di difficile inquadramento artistico e umano.
Scongelato in quello che appare un esperimento scientifico, il poeta rivive nelle sue mille suggestioni poetiche. Lo spettacolo vive per questo di una certa difficoltà interpretativa e di una chiara referenza ad un modello poetico non del tutto o pienamente conosciuto dal grande pubblico. Ma quello che non risulta chiaro è la base narrativa intorno alla quale avviene la risuscitazione del poeta e la sua riscoperta e soprattutto le ragioni per un suo "rispolveramento" alla luce del tempo presente. Cosa resta veramente di questo poeta? soprattutto oggi che la Rivoluzione russa è lontana nella storia e la vicenda umana non sembra avere un appiglio con un elemento reale, se non quella contraddittorietà della figura e la bellezza armonicamente struggente di certi passaggi poetici che mantengono ancora un evidente fascino.
Resta dello spettacolo una buona impressione sulla recitazione degli interpreti, alcune immagini altamente suggestive (la riproduzione attraverso un gioco di luci di un’immagine cinematografica dei primi del 900, splendida) e poetiche (come la chiusura che vede al centro della scena il poeta, circondato dalle proprie fantasie femminee che gli danzano intorno).
Resta, infine, la bellezza di alcuni passaggi del testo che chiaramente richiamano la produzione artistica di Majakovskij e la sua triste fine suicida, riassunta in quel monito qui ripetuto, “A tutti. Se muoio, non incolpate nessuno. E, per favore, niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva sopportare”.

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