ROMA FRINGE FESTIVAL: COSÌ GRANDE COSÌ INUTILE. Un tentativo di rianimare l'avanguardia - Gufetto Magazine

ROMA FRINGE FESTIVAL

ROMA FRINGE FESTIVAL: COSÌ GRANDE COSÌ INUTILE. Un tentativo di rianimare l'avanguardia

Un omaggio al poeta del futurismo russo Vladimir Majakovskij (e a Sergej Esenin, ché due è sempre meglio di uno) è stato presentato alle semifinali del Roma Fringe Festival il 13 giugno con lo spettacolo "COSI' GRANDE E COSI' INUTILE". L'amara ironia del titolo rispecchia bene il conflitto in cui si imbatté Vladimir Majakovskij negli anni '20, tra il sogno progressista e il clima sociale soffocante della nuova Russia sovietica.

Mettere a conversare il poeta e un altro ex-futurista disilluso e scombussolato, Sergej Esenin, sarebbe stata un'ottima occasione per trattare il problema del rapporto tra l'intellettuale e il potere, tra chi ha partecipato attivamente alla costruzione di una nuova società e rimase non solo sconvolto dal risultato, ma pure rigettato da chi ha preso il potere.
Mescolando invece le atmosfere futuriste (talvolta molto ben riuscite, segnaliamo l'episodio della disperata e tenebrosa chiamata telefonica del protagonista ai servizi segreti, in cui l'interlocutrice è seduta in groppa a lui, con un braccio al suo collo) con le suggestioni bulgakoviane (l'immaginario Istituto delle Risurrezioni Umane), la compagnia crea uno spettacolo privo di ossatura e di idee chiare.

La resurrezione del corpo surgelato di Majakovskij a distanza di 85 anni dalla morte lo riporterebbe ai giorni nostri. Vediamo una figura umana che riprende movimento dopo essere stata a lungo immobile, e per aspetto fisico, ma non per il carisma (che all'attore manca completamente), riconosciamo vagamente il poeta. Come mai, dopo un po’, lo vediamo insieme a Esenin, morto suicida nel 1925? non è del tutto chiaro, soprattutto per il fatto che discutono gli avvenimenti degli anni '20, e ne fanno considerazioni importanti, senza toccare minimamente il fatto che si trovano in un lontano futuro, la cosa per la quale una minima considerazione lo spettatore in realtà si aspetterebbe. L'episodio della condanna pubblica del professore che operò la risurrezione e adesso viene accusato di aver messo in luce due individui pericolosi e sgradevoli fa pensare che anche Esenin è stato da esso rianimato. L'unico fattore che potrebbe parlare a favore di una tale invenzione scenica è la bravura dell'attore che interpreta il secondo poeta. Il parallelismo dei loro destini sarebbe un'altra ragione valida, se solo la figura di Esenin fosse conosciuta dal pubblico italiano, eccetto i laureati in slavistica, nella stessa misura di quella di Majakovskij oppure se lo spettacolo la introducesse in un modo un po’ più esplicito e didascalico. E invece l'introduzione del secondo protagonista rimane un grande punto interrogativo. Che poi non è unico per questo spettacolo.

La resurrezione che riporta Majakovskij ai giorni nostri, in teoria, lo dovrebbe portare ad affacciarsi alla realtà del 2015. Invece lo spettacolo preferisce il registro onirico e surreale. Non sappiamo né dove ci troviamo né chi sono i personaggi sul palco (che poi cambiano ruoli, aggravando la situazione dell'incomprensione). Vediamo invece un albergo dove Majakovskij soggiorna perché pensa di essere tornato dall'America. Cioè, uscendo dall'Istituto per le Resurrezioni per arrivare all'albergo non si è accorto di trovarsi nel 2015? Capita. Dopo ai nostri occhi si presenta una riunione accademica, dove viene condannato il professore e il poeta risorto viene ingabbiato. Le sorti di Esenin risorto restano oscure. Ad ogni modo, l'assurda condanna del professore rappresentata in stile proprio all'epoca sovietica fa pensare a una satira della Russia di oggi, dove questi metodi stanno ritornando negli ultimi anni, insieme al recupero dell'eredità stalinista (basti pensare al recente inno, che riprende tale quale la melodia di quello sovietico e viene accompagnato dalle poesie scritte dal medesimo autore). Ma non abbiamo nessun indizio per poter dire che era nelle intenzioni degli autori.

Neanche il monologo finale del protagonista fornisce una morale. “I pettegolezzi, dice, non li poteva sopportare il defunto”. Ma nello spettacolo non si è trattato mai di pettegolezzi, e l'unico modo in cui venne affrontata la sua vita privata, che a dire il vero era una sperimentazione di grande significato socio-culturale, è l'apparizione di una ragazza vestita di bianco le cui mani il protagonista tocca, e ditemi se il tutto non è scontatissimo a livello artistico, soprattutto visto che stiamo disquisendo su uno spettacolo che si propone come avanguardista. La stessa ragazza in bianco si mette a recitare una delle poesie di Majakovskij rivolte a Lilja Brik, in quella traduzione italiana che fa parlare il futurista russo, grande innovatore nella materia linguistica, un linguaggio che sembra quello di Ugo Foscolo (ma qui nessuna colpa agli autori dello spettacolo, è il peccato originale dal quale nessuna traduzione di Majakovskij si può liberare).

Questo tentativo di rianimare l'avanguardia degli anni '20 senza una motivazione chiara, anche se contiene delle trovate interessanti, manca di spirito proprio. Vedere l'avanguardia come preziosa eredità culturale alla quale rendere omaggio è un bel paradosso che la rende classica e morta, se non la si accompagna dall'invenzione creativa del tutto nuova. L'elemento di novità a questo spettacolo manca, anche le sue trovate più interessanti appartengono al bagaglio già consolidato dell'arte dello spettacolo.

Forse l'unica trovata scenografica che sfugge da questa tendenza è il dialogo tra Majakovskij e il bidello. Il bidello lo prende in giro parlandogli in russo, la lingua che in questo caso né pubblico (per la gran parte:)) né l'interlocutore intendono. Lui, Majakovskij, che in teoria il russo lo parla e lo ha pure trasformato molto con la sua opera poetica. Questo dialogo crea un gioco estremamente sottile tra il pubblico e l'azione scenica, tra il ruolo e l'attore, tra la tragedia dell'incomprensione dal proprio popolo e l'indole di un rivoluzionario.

Dopodiché sentire come la battuta finale dello spettacolo un “Voi che restate, siate felici!” è sconsolante.
Ma che novità struggente. Ma che avanguardia.

COSI GRANDE COSI INUTILE
Regia e adattamento : Lorenzo Collalti Interpreti: Anna Chiara Colombo, Diletta Masetti, Laurence Mazzoni, Eleonora Pace, Pavel Zelinskiy
Compagnia Il servomuto

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