ROMA FRINGE FESTIVAL-BIGNÉ, l'Amore è Čechov: un vuoto riempito di crema - Gufetto Magazine

ROMA FRINGE FESTIVAL

ROMA FRINGE FESTIVAL-BIGNÉ, l'Amore è Čechov: un vuoto riempito di crema

La tragedia del vuoto esistenziale raccontato sul materiale di una commedia di Čechov con i metodi di espressionismo, cultura del benessere e pubblicità, nel “BIGNÉ” presentato il 24 giugno al Roma Fringe Festival dalla compagnia Malabranca.

La messa in scena di un'operetta poco conosciuta di Anton Čechov, “L'orso”, prende il titolo di un dolcetto gonfio e vuoto dentro. È un modo per parlare dei vuoti esistenziali e degli atteggiamenti superficiali dell'essere umano. Le tematiche sulle quali il drammaturgo russo si espresse parecchio. (anche se non proprio ne “L'orso” che, invece, è tutta un altra cosa, simpatica e poco impegnativa; vediamo dunque sul palco un Čechov rivisitato da lui stesso).

La rappresentazione è molto spettacolare, il mondo scolorito della media borghesia russa qui è ridipinto con due tendenze cromatiche. Una è il bianco e nero affettato che riporta alle atmosfere degli anni '30 e Brecht in particolare, l'altra è un rosa fucsia fortemente contemporaneo. I personaggi parlano tra loro in una maniera affettata e isterica, fatta di grida e di risate esagerate, salvo pochi momenti in cui confessano, in solitudine, i sentimenti profondi (una cosa del tutto impropria per Čechov, che evitava lo psicologismo così diretto). I loro vestiti, tra le strisce bianco-nere, i chiodini, i leggins e i gilet, sono pensati nella stessa chiave espressionista.

La scenografia, molto essenziale, è costruita invece sul contrasto tra il grigio-blu di sottofondo e gli attrezzi colorati di color rosa splendente. Tra questi spicca una cyclette posta in mezzo al palcoscenico, con la quale entra, tra le componenti stilistiche dello spettacolo, una struggente modernità. Con questo attrezzo da palestra i protagonisti interagiscono costantemente, soprattutto per esprimere, con una veloce pedalata, l'accensione della rabbia o del sentimento amoroso. È una trovata interessante e ben funzionante. Non si può dire la stessa cosa del grande ritratto dell'attuale presidente russo appeso alla parete di fondo.
L'unico momento in cui prende un minimo di funzionalità è quello in cui si rivolge a esso il primo personaggio che compare sul palco (il marito della protagonista), confessandogli l'infedeltà della giovane moglie. Probabilmente deriva da l'unico oggetto di allestimento citato da Čechov nel testo del dramma, cioè la foto del marito, già defunto.
Nel “Bigné” il marito compare nella scena iniziale, per suicidarsi immediatamente con un gesto delle dita che imita la pistola: è singolare che lo faccia togliendosi i pantaloni e scoprendo sotto le calze autoreggenti, la qual cosa fatta di fronte al ritratto di Putin sembra dare un certo messaggio politico-sociale.
In seguito, però, il ritratto rimane del tutto estraneo alla rappresentazione. E, permettetemi, un ritratto così è troppo forte per essere lasciato alla propria sorte per quasi tutta l'azione. Lo spettatore potrebbe dimenticarsi di un ritratto a olio del nonno bersagliere in fondo alle decorazioni sceniche, ma un enorme Putin possente in bianco e nero in una scenografia essenziale come quella del “Bigné” attira l'attenzione dello spettatore costantemente. È vero che Čechov stesso parlò con disprezzo della famosa pistola che, per forza delle convenzioni artistiche realiste, deve sparare verso la fine dell'azione.

Sarà un difetto nostro quello di non acquisire abbastanza i suoi insegnamenti, ma un personaggio chiave dell'attuale politica mondiale nella versione inquietante della copertina del “Time” che ci guarda dal bel mezzo del palco va spiegato un po'!
La stessa mancanza di sostanza caratterizza un po’ tutto lo spettacolo al quale, ahimè, si presta benissimo la metafora inventata dai suoi stessi creatori e ripetuta non solo dal palco, ma anche nei materiali pubblicitari (l'annotazione nel programma del festival, i volantini ecc.): un bignè senza la crema dentro.

La profondità del messaggio è molto molto relativa in questo show. Invece, la scenografia, salvo il caso enigmatico del ritratto, è eccellente e piena di trovate molto singolari. Segnaliamo l'episodio dove i tre personaggi, ognuno rivolto verso il vuoto, confessano i loro sentimenti, strusciandosi il viso con le mani e rovinando in questo modo il trucco bianco-nero. Con i volti coperti ormai di grigio macchiato rendono efficacemente la confusione esistenziale.

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