La vita che ti diedi@Teatro Carcano Milano - Gufetto Magazine

Recensioni Teatro

La vita che ti diedi@Teatro Carcano Milano

Una raffinata e commovente rilettura di La vita che ti diedi, dramma in tre atti che Luigi Pirandello (Agrigento 1867 - Roma 1936) scrive nel 1923 con entusiasta dedizione per la mitica Eleonora Duse che, colpita dal tocco particolare con cui il grande drammaturgo aveva affrontato il tema della maternità, accetta di interpretare una Madre dolente e affranta per la perdita del figlio.

Il ruolo toccherà ad Alda Borelli perché il fato si porta via la Duse nel 1924 mentre si trova in tournée a Pittsburgh: si viene poi a sapere che l’attrice aveva espresso riserve sull’eccessiva intromissione del suo personaggio nella vita sentimentale del figlio.

Oggi il Teatro Carcano, capace di compiere scelte in cui la tradizione viene rivisitata in chiave attuale, propone un affascinante e coinvolgente adattamento che in un’ora e trenta condensa in modo elegante e godibilissimo il maturo pathos pirandelliano che dipana problematiche esistenziali comuni a tutta la dolente umanità: al di là del linguaggio colto proprio di una borghesia raffinata sembra di respirare l’aura narrativa delle sue novelle - I pensionati della memoria (1914) e La camera in attesa (1916) sono le due che hanno ispirato il dramma - massima espressione delle sua innovativa e poetica penna capace di cogliere sfumature impercettibili dell’animo umano.

 

Autore di questo efficace adattamento è il regista Marco Bernardi che sostituendo l’interruzione in atti con chiusure di sipario senza significativi cambi di scena, se non piccoli particolari, rende con icastica efficacia e con grande e inalterata tensione il dolore travolgente e stravolto di una madre che ha appena perso il figlio ritornato dopo sette anni di assenza alla casa natale perché, essendo consapevole dell’approssimarsi della fine, sceglie il proprio nido originario per accomiatarsi dalla vita.

 

Una madre Donn’Anna Luna - superbamente interpretata da Patrizia Milani - afflitta e angosciata tanto da parere una Madonna ai piedi del Calvario, emblema dello strazio materno, ma con un dolore deformato e trasformato in fonte di vita: quella che la madre, che gli ha dato la vita, continua a dare al figlio pensandolo vivo, eco della poetica di stampo illuminista raccontata da Foscolo ne I Sepolcri in cui non si parla di altra vita per chi scompare se non di quella data dal pensiero di chi vive. Barlumi di inconsapevole laicità che spaventano l’uomo di chiesa impersonato dal sempre bravissimo Carlo Simoni e destabilizzano la sorella Donna Fiorina (molto brava Gianna Coletti) simbolo di una moralità comune.

 

Una sofferenza - che rimanda a quella di tutte le madri che in ogni parte del mondo perdono un figlio - di una donna che rivela tuttavia un’accentuata possessività non violenta, ma dolcissima eppure capace di impedire o rimandare la crescita e la maturità della propria prole, aspetto messo in luce quasi inconsapevolmente da un Pirandello raffinatissimo nel descrivere l’animo femminile ancorché giovane come quello di Lucia Mabel (veramente convincente Irene Villa) giovane amante in attesa di un figlio: gravata da sensi di colpa, eppure nata alla vita dalla tenerezza del partner, e ubriacata dalla vis del contorto costrutto affettivo di Donn’Anna, non riesce subito a comprendere che l’amato non c’è più.

 

Una straordinaria pièce in cui anche la messa in scena su un piano inclinato oltre all’abile uso delle luci gioca positivamente sul piano sia reale, sia metaforico in ogni momento e in particolare nell’incipit da tragedia greca con le donne oranti e con quell’odore di incenso… una bella pagina di teatro che lascia un segno profondo e che val la pena di vivere.

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