La stella sul cappotto@Teatro Studio 1 - Gufetto Magazine

Recensioni Teatro

La stella sul cappotto@Teatro Studio 1

Dal 27 di gennaio il Teatro Studio Uno ha portato in scena “La stella sul cappotto”

per la regia di Sasà Russo. Il testo della pièce teatrale è tratto dal romanzo

autobiografico pubblicato da Roma Ligocka nel 2001 “La bambina col cappotto

rosso: la storia vera di una sopravvissuta all’Olocausto”.

Sulla sinistra un piccolo pensile con diverse cose, una foto, una bambola, un

cappottino rosso appeso. La scena si apre nel buio. Una musica melanconica

invade il palcoscenico e l’animo dei presenti, mentre la brava Valentina D’Amico,

nei panni della protagonista, accende una candela e contempla un piccolo

cappotto. “È un venerdì e sta calando la sera. Presto reciterò la benedizione

Shabbat Shalom...dove sei nonna?” dice nei panni della Ligocka, che legge i ricordi

dalla sua casa di Monaco.

È la storia di una donna ebrea che da bambina era sopravvissuta alle persecuzioni

naziste, durante una delle più riprovevoli pagine della storia dell’umanità,

l’Olocausto compiuto dal Terzo Reich.

La vicenda si articola nella continua fuga della bambina con sua madre, dopo la

deportazione ad Auschwitz del padre e della nonna. È una sorta di dialogo della

bimba con sé stessa, attraverso il quale, ella torna con la mente ai luoghi della sua

terribile infanzia. Si tratta di un coro a due voci, interpretato con espressività dalle

attrici Eleonora Micali e da Valentina D’Amico.

Le due interpreti, scambiandosi il ruolo in scena vicendevolmente, vestono i panni

della protagonista, da bambina ed in età adulta. Sono entrambe abili nel saper

rendere lo stato d’animo del personaggio nei differenti momenti della sua vita.

La bravissima Micali, dotata di un buon senso della drammaticità, pone particolare

cura nella caratterizzazione del personaggio. Attraverso la concitazione nel tono di

voce e pause mozzafiato, conduce il pubblico in un’atmosfera di notevole impatto

emotivo. Il respiro affannato e specifiche movenze corporali, danno conto della sua

spiccata teatralità. “Loro gridavano!” dice l’attrice con rabbia e tono alto di voce. Poi

con tono calante aggiunge: “...e noi obbedivamo. Chi non lo faceva veniva

ammazzato” e ci catapulta nelle grigie atmosfere della Polonia di fine anni Trenta,

tra urla, sudore, lamenti e disperati pianti.

La D’amico, commossa e con aria ispirata: “Assurdo! Il dramma nel dramma...la

cattiveria di quegli uomini le ha fatto dimenticare completamente il volto di suo

padre”. Si tratta di una giovane attrice, fresca di palcoscenico, che sa inserirsi

all’interno di un volto antico e nell’intensità della rappresentazione, apportando il

suo specifico contributo a mo’ di pennellata di quadro realista.

Il primo filo conduttore del racconto è la paura. La paura degli ebrei di essere uccisi

dai nazisti. Chiusi tra quattro mura in una sorta di non vita, tra corpi maleodoranti,

deprivati dei loro affetti, tra incessanti fughe di “buco nero” in “buco nero”.

Il secondo filo conduttore della narrazione sono le carenze affettive, derivanti da

un’infanzia disastrata dagli orrori. Traspaiono attraverso il gesto simbolico e

vicendevole che, a fasi alterne, pongono in atto le due interpreti in scena. L’una

dona all’altra, il medaglione che ha al collo, quasi a voler dire “eccomi piccola mia,

mi prendo cura di te”.

La bambina e tutti gli altri ebrei erano stati defraudati della loro stessa identità, della

dignità, della vita. Ogni giorno uguale all’altro, senza né alba, né tramonto, né

silenzio, ma colmo di disperazione. Persone divise le une dalle altre in un

attimo...che nel ricordo, durò come unʼeternità.

Una musica melanconica invade la sala e sul fondale del palcoscenico viene

proiettato un breve filmato con le immagini dei campi di sterminio. Su di esso una

scritta rossa: Auschwitz. La parola, scandita lettera per lettera dal forte rumore di

una macchina da scrivere, scuote lʼanimo del pubblico in sala e richiama alla mente

la schedatura degli ebrei nei campi di concentramento.

Il regista attraverso una scenografia a luce fioca e tinte in penombra, ha teso a dare

risalto ad uno dei periodi più bui della storia dellʼumanità.

Il dolore di quella bambina rappresenta il dolore di tutti i milioni di ebrei perseguitati

da un abisso di cattiveria senza limiti ed assurge a forte atto di testimonianza delle

atrocità dei nazisti.

La convincente performance delle due interpreti in scena ci fa toccare con mano il

dramma di una donna, Roma Ligocka, che solamente dopo cinquanta lunghi anni

trova la forza di ripercorrere tutta quella sofferenza, per raccontare la sua storia.

Negli anni novanta, la protagonista della vicenda, attraverso due episodi decisivi,

un viaggio in Polonia e la proiezione del celebre film di Spielberg -Schindlerʼs List-,

rientra in contatto con quellʼantica sofferenza e trova il modo di rielaborare e gestire

il suo dolore. Tra i fotogrammi del ricordo rivede sé stessa e prende la sua

decisione, “raccontare...per mio figlio, la mamma, gli altri...per me”.

Al di là di ogni facile retorica, lʼinvito alla riflessione su tali temi, è un qualcosa che

noi tutti dobbiamo a chi ha perso la vita in tale scempio.

 

 

 

 

LA STELLA SUL CAPPOTTO

 

Testimonianza sull

 

ʼOlocausto

 

 

 

 

 

Dal 27 al 30 gennaio 2011 al Teatro Studio Uno di Roma, “La stella sul cappotto” di Sasà Russo, con Eleonora Micali e Valentina d

 

ʼAmico. Una pièce teatrale per non dimenticare

 

 

 

di

 

 

Marcello Tamasco

 

 

 

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