Tutto Shakespeare in 90 minuti@Teatro Leonardo Milano - Gufetto Magazine

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Tutto Shakespeare in 90 minuti@Teatro Leonardo Milano

Se il punto di partenza è uno spettacolo che a Londra fa cassetta da più di vent’anni divertendo schiere di spettatori e che in Italia sono stati Gaspare e Zuzzurro, lo scomparso e rimpianto Andrea Brambilla, ad avere la grinta di presentare, il punto di arrivo lascia qualche perplessità non tanto per l’innegabile bravura di Alessandro Benvenuti, regista e attore che toscaneggiando si presenta con entusiasmo quale fine intenditore ed esperto del Bardo e per le buone qualità del più giovane Francesco Gabbrielli quanto piuttosto per il testo italiano che pare costringere Nino Formicola, in arte Gaspare, in un ruolo volutamente demenziale senza la finezza che lo renderebbe divertente.

Dopo il simpatico incipit in cui Gabbrielli invita, steward improvvisato, gli spettatori a identificare le uscite di sicurezza per salvarsi in via preventiva - ma si sa che è sempre meglio vedere le rappresentazioni fino in fondo per analizzarne le singole parti - lo spettacolo procede con numerose opere shakespeariane tra cui un Romeo e Giulietta e a seguire un Tito Andronico oltre a un Macbeth irrappresentabile in quanto gode presso il mondo teatrale del pregiudizio che il portarlo in scena rechi sfortuna: appropriati e pertinenti pertanto fulmini e saette che si scatenano ogni volta in cui viene citato.

 

Lo spettacolo - che ha un’appropriata scenografia con una bigia magione su si staglia un gatto nero - termina con un tormentato Amleto; il tutto è condito, però, da battute per niente entusiasmanti: lo scarso gusto di alcune gag, stante la loro ripetitività, le ha rese piuttosto noiose.

 

Piacevoli alcune trovate e buona potrebbe anche essere l’idea - applicando il concetto dell’est modus in rebus - di coinvolgere il pubblico che tuttavia ‘educato’ da una televisione in caduta libera si è in parte divertito anche alle storielle più insulse e condite da sessualità reiterata e tediante.

 

Ed è un peccato perché, invece di rinnovare i fasti non così recenti degli Oblivion con I Promessi Sposi, lo spettacolo ha richiamato alla memoria una rappresentazione in cui due noti comici, non più giovanissimi, ma bravi, forse pensando di fare cassetta, si sono adeguati all’andazzo corrente di una cultura che corre non intelligentemente verso il basso.

E poiché il nostro trio è intelligente, è auspicabile una risalita della china affinché negli spettatori rimanga veramente un segno profondo della loro professionalità.

 

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