Sinfonia d’autunno@Piccolo Teatro Grassi Milano - Gufetto Magazine

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Sinfonia d’autunno@Piccolo Teatro Grassi Milano

Una lettera apre e un’altra (prefigurazioni dell’odierna ‘non comunicazione’ mediatica…) chiude il dramma psicologico e familiare che vede affrontate due donne, madre e figlia, in quella che è un’importante opera di Ingmar Bergman (Uppsala 1918 - Fårö 2007), regista, sceneggiatore, scrittore e produttore, che la scrive per il teatro creandone nel 1978 un film girato in Norvegia durante il suo esilio volontario in seguito a un processo per evasione fiscale. 

Come molti lavori del drammaturgo svedese, Sinfonia d’autunno - titolo diverso dall’originale ‘sonata’ che è meno accattivante dal punto di vista fonetico, ma più pertinente nel rendere semanticamente il confronto tra gli ‘strumenti solisti’ del dramma piuttosto che ‘sinfonia’ che allude all’inesistente armonia di un’orchestra - nasce quindi in un momento di tormento interiore analizzato ponendosi dietro la macchina da presa quale osservatore (anche della propria vita) capace di raccontare le più diverse sfaccettature dell’animo umano indagate con un’introspezione quasi ‘maniacale’ e in particolare le infinite sfumature di un amore/odio figlio di egoismi, immaturità e ambizioni e padre di rancori, incomprensioni, dolori e di un’abissale solitudine.

Protagoniste del grande e melanconico confronto una straordinaria Anna Maria Guarnieri (ottantenne al 60° anno di professione), nei panni di una Charlotte, apparentemente persino troppo coriacea anche se fragile, pianista di successo cui è giunta conculcando affetti e pulsioni familiari - l’unica che indossa colori sgargianti in un grigio imperante (forse a significare che l’arte è elemento di colore dell’esistenza) - e una convincente Valeria Mirillo che ben rende l’insicurezza affettiva, le titubanze e la sensibilità della figlia Eva, desiderosa di rivedere la madre dopo ben sette anni in cui dolori si sono moltiplicati salvo l’avere trovato Viktor, impersonato dal bravo Danilo Nigrelli, un dolcissimo marito (pastore protestante ben diverso dal terribile padre di Bergman del quale vien da chiedersi se sia stato un padre premuroso) dolcemente legato ai fantasmi del passato e il mostrarsi altruista verso la sfortunata sorella interpretata dalla capace Silvia Salvatori.

 

Pregevole, coinvolgente e precisissima la regia di Gabriele Lavia, che si è già confrontato (Scene da un matrimonio e Dopo la prova) con Bergman con la cui sensibilità si sente in sintonia identificando la “Solitudine Assoluta” - vera protagonista della pièce insieme all’incomunicabilità - con quella dei “teatranti”. Costoro dedicandosi in toto alla propria attività (demone passionale che cancella o riduce al minimo il resto dell’esistenza) trascurano affetti ed emozioni, considerati marginali e transeunti ancorché vitali, e restano alla fine su un altarino isolati dal mondo che, pur giudicandoli validissimi professionalmente, finisce per provare una sorta di rammarico verso personalità non armoniche in quanto cresciute a dismisura solo in un settore.

Non è forse la solitudine nei suoi diversi aspetti un’insidia umana, un tarlo quasi perenne che il Novecento ha esaltato ed esasperato? Basta volgersi intorno per accorgersi con estremo rammarico che l’uomo riesce a perfezionare sempre più la capacità di imprigionarsi, oggi in monadi telematiche in cui ciascuno ‘elenca ciò che fa’ senza il calore e l’afflato di veri affetti ed emozioni.

 

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