La mia massa muscolare magra@Teatro Libero Milano - Gufetto Magazine

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La mia massa muscolare magra@Teatro Libero Milano

Uscita dalla penna di Tobia Rossi (Ovada/AL 1986), autore attento e coraggioso che porta avanti un’analisi sempre più approfondita e senza veli sulle problematiche del vivere in particolare di quelle relative all’omosessualità, ‘La mia massa muscolare magra’ rappresenta un ulteriore e drammatico scandaglio su come la società attuale non apra le porte all’umanità, ma solamente a successo, interesse e apparire, senza cercare il piacere dell’esistere, di conoscersi, rapportarsi e capirsi.

Portata in scena da Manuel Renga (Gavardo/BS 1984), eclettico regista con la vocazione del teatro quasi nel DNA e capace di fare comunicare con tocco delicato ancorché incisivo le diverse sfumature dell’esistere con un buon equilibrio tra monologhi e momenti dinamici, la pièce ha ottenuto successo e riconoscimenti fino all’attuale approdo al Teatro Libero.

Protagonista di una faticosa e dolorosa ricerca di sé è Dario, interpretato da Daniele Pitari, bravo nel rendere con convincente naturalezza le contraddizioni, a volte disarmanti, di un trentenne aspirante attore che, immerso nel ritmo vorticoso di Milano - metropoli spersonalizzante in cui un’altra vita possibile è quella con il web in un’altalena tra realtà e gioco virtuale - diventa schiavo dei social network (uno di questi è addirittura geolocalizzante…) e della propria sessualità vissuta in modo angosciante e senza risolvere gli infiniti problemi del vivere e superare i complessi del passato infantile e soprattutto senza avere trovato un vero amore.

Cosciente dei propri limiti, decide di frequentare un gruppo di ‘auto aiuto’ e con sedute di 10 minuti (tra i paradossi di certa psicologia…), scandite da un angosciante campanello che spezza il fluire quasi catartico dei ricordi, fa uscire da sé con un linguaggio apparentemente troppo realistico, ma non scandaloso né conturbante il proprio vissuto, in alcuni momenti (bisogna dirlo) monotono proprio come l’esistenza di molti.

Niente di sconvolgente se oggi - per reagire a una dicotomia obbligata dalla società ‘passatista’ che spezzava l’uomo tra quello che doveva apparire e quello che era creando infiniti dottor Jekyll e mister Hyde - si tende a calcare la mano sul mondo nascosto, inconfessabile e quindi inconfessato di ciascuno di noi: basta poi risalire la china per arrivare a un giusto mezzo in verità sempre difficilissimo da trovare anche perché variabile dall’uno all’altro.

 

Vivace la scenografia che mette in risalto il ‘vuoto’ esistenziale attraverso i numerosi contenitori vuoti e il frenetico movimento di una metropoli al quale si contrappone la dolorosa e sofferta solitudine non visibile e mal vissuta dal nostro Dario, emblema di infiniti altri uomini soli indipendentemente dal sesso e dall’età.

 

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