La fabbrica dei preti@Teatro Elfo Puccini Milano - Gufetto Magazine

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La fabbrica dei preti@Teatro Elfo Puccini Milano

Il lungo e caloroso applauso esploso al termine di La fabbrica dei preti ha meritatamente premiato la fatica di Giuliana Musso e va equamente diviso tra i due aspetti (autrice e attrice) di questa giovane e brillante protagonista del Teatro italiano.

Giuliana Musso (Vicenza 1970) è insieme a Paolini, Celestini e Curino tra i maggiori esponenti del Teatro di narrazione in cui la Parola è Teatro, forma teatrale che necessita non solo di una seria indagine giornalistica preparatoria e di una notevole attitudine a tradurre in forma drammatica gli esiti dell’indagine, ma anche di grandi doti recitative per tenere viva l’attenzione dello spettatore.

La Musso eccelle in tutto ed è dotata di doti attoriali notevoli con la sua capacità di passare dai toni ironici a quelli commoventi, di saper giocare in modo raffinato e incisivo con i dialetti - in lei mai fine a se stessi, ma chiave di lettura dell’animo e della cultura dei personaggi - e di saper recitare anche con il corpo (si pensi a come rende, anche fisicamente, i tre diversi sacerdoti protagonisti della narrazione) oltre che interloquire con divertente eleganza con il pubblico.

 

Lo spettacolo è splendido per intelligenza, profondità ed equilibrio. Il tema della formazione dei sacerdoti negli anni del Seminario è senza dubbio difficile e poteva facilmente scivolare nello scandalismo o nell’agiografico, invece l’autrice riesce a trattarlo con un’umanità percorsa da simpatia che ricorda il Vangelo secondo Matteo, indimenticabile capolavoro di Pasolini.

Anche La fabbrica dei preti resterà a lungo nella memoria per quei tre anziani sacerdoti, così tra loro eppur eguali nella loro fatica, durata una vita, per ritrovare e difendere quella dimensione umana schiacciata dalla ‘catena di montaggio’ del Seminario volta a produrre un’ubbidienza “cieca, muta e sorda”.

 

I Seminari di cui parla la Musso sono quelli degli anni precedenti il Concilio Vaticano II (1962-1965), ma c’è da chiedersi - leggendo certe affermazioni di esponenti della Chiesa sui presunti turbamenti che al mondo cattolico sarebbero causati da alcune iniziative e affermazioni di Papa Francesco, affermazioni molto simili alle critiche degli stessi ambienti a Papa Giovanni XXIII e ai suoi discorsi dei quali sono citati brani come quello bellissimo e commovente tratto dal Discorso alla Luna - se oggi siano molto diversi.

 

La struttura e l’atmosfera dei Seminari come emergono dal racconto - il cui filo conduttore è La Fabriche dai Predis di Don Pierantonio Bellina dalla quale è tratta la citazione che apre lo spettacolo - sono simili a quelle di una caserma: simili il rispetto, anzi il ‘terrore’ della gerarchia e la volontà di creare ‘macchine da guerra’ e non uomini con una propria personalità separando per i seminaristi la sfera degli affetti da quella religiosa.

I piccoli seminaristi una volta ordinati sacerdoti si trovavano, quindi, ad affrontare un mondo di cui non conoscevano alcun parametro e la cui continua evoluzione accresceva la distanza dai principi dogmatici per i quali i giovani erano stati formati.

 

La Musso tratta con delicata ironia tutti i temi che emergono come quello della donna generalmente citata nei Seminari come “l’altro elemento”, quasi animale mitologico con cui non fraternizzare perché ostacolo sulla strada verso Dio. Tragico il commento del ‘prefetto’ “fosse almeno stato un uomo” al giovane seminarista che aveva confessato un ‘turbamento’ notturno avendo sognato una donna.

Incisivo perché appena accennato, quasi elemento di normalità, l’accenno sulla pedofilia, commovente il ricordo dell’unico contatto con una ragazza “avvicinammo i lettini e dormimmo la mano nella mano” fatto dal vecchio prete e dolcissimo il racconto di un momento in cui la grigia e oppressiva atmosfera del seminario era stata infranta dalle note di ‘Piove’ provenienti dal giradischi di una ragazza che prendeva il sole su un terrazzo prospiciente la finestra dell’aula.

 

Le tre storie fatte vivere da Giuliana Musso rappresentano una Chiesa alla ricerca di un rapporto umano con “il gregge” ben lontana da quegli esponenti della ‘gerarchia’ che vivono il loro ruolo chiusi psicologicamente in una torre d’avorio o peggio in reali ricchi attici, come recentemente si è appreso dalla stampa, o nella ricerca di affermare un potere teocratico.

Sono tre storie scelte tra le tante dei giovani sacerdoti inviati al fronte della vita senza i mezzi per riconoscere dove realmente si annidi il male e formati per essere (contrariamente a quanto indicato da Gesù) più strumenti di condanna e di esclusione che di perdono e inclusione, e quindi incapaci di conoscere e trasmettere amore.

Uno spettacolo da vedere e da rivedere.

 

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