“Il malato immaginario”@Teatro Parenti Milano - Gufetto Magazine

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“Il malato immaginario”@Teatro Parenti Milano

Scritto come comédie-ballet (commedia con intervalli musicali e danzati - quest’ultima disciplina molto amata dal re Luigi XIV - che facilitano la possibilità di una lettura farsesca o drammatica della trama e danno una connotazione bizzarra al protagonista, uomo ansioso che teme malattia e morte insieme alla stessa vita), Il malato immaginario nella vasta e immortale produzione di Molière (pseudonimo di Jean-Baptiste Poquelin, Parigi 1622 - 1673)occupa un ruolo particolare, quasi testamento spirituale del grande attore e commediografo capace di stigmatizzare la presuntuosa società a lui contemporanea, priva di valori e mossa dalle apparenze e dal calcolo più bieco, che lo applaude non riuscendo a riconoscersi nelle sue pennellate. Molière spira il 17 febbraio 1673 dopo un malore in scena mascherato da una risata al termine della quarta recita di tale opera (il cui debutto avviene il 10 febbraio al Teatro del Palais-Royal) consumato da una lunga malattia, manifestatasi nel 1667, che per parecchi mesi lo tiene lontano dal palcoscenico.

Non è difficile individuare nella storia del non più giovane Argan - agiato borghese parigino buono, onesto, ingenuamente credulone, incapace di cogliere raggiri, imbrogli e ruberie e tanto focalizzato sulle sue angosce salutistiche, quasi a esorcizzare la paura della malattia e della morte, da voler sacrificare la figlia Angelica alla propria paranoia per la medicina - chiari spunti autobiografici e una smarrita, delusa e dolorosa sfiducia nei confronti dei propri simili accompagnata da un doloroso vuoto esistenziale.

Belina, l’avida e infedele giovane moglie di Argan, nasconde l’altrettanto giovane, frivola e interessata moglie dell’artista così come la piccola Luisona, figlia minore di Argan, la quasi coetanea figlia di Molière incaricata dal padre di riferire i comportamenti dei familiari.

 

Questo testo senza tempo - in cui pare quasi che Molière nasconda il suo lato irrazionale in Argan e quello razionale in Beraldo, fratello del nostro ‘malato’ - è stato oggetto di molte edizioni tra cui quella celeberrima agli inizi degli anni ’80 con André Ruth Shammah quale regista e lo straordinario Franco Parenti (Milano 1921 – 1989) nel ruolo di Argan: costoro insieme a Testori hanno dato vita nel 1972 al mitico “Salone Pier Lombardo” cui è stato dato l’attuale nome dopo la scomparsa di Parenti e che è rimasto nelle ottime mani della Shammah alla quale si devono la ripresa della vitalità anche strutturale del teatro e il suo essere divenuto un eccellente luogo della cultura.

 

Nel 25° della scomparsa del grande Maestro, André Ruth Shammah riprende quel suo cavallo di battaglia affidando a Gioele Dix (che nella storica edizione era il giovane Cleante) il ruolo di Argan con le stesse scene semplici e avvincenti e gli splendidi costumi di Gianmaurizio Fercioni talmente belli da risaltare nella scena essenziale quasi quadri di Vermeer, in particolare quello della servetta Tonina la cui foggia del cappuccio richiama quello di una suora e chissà perché viene da pensare che il nostro Molière è assistito nella malattia da suore fino all’ultimo: forse sono solo giochi della mente…

 

Ne risulta uno spettacolo di rara intensità con protagonisti tutti eccellenti che meriterebbero un fiume di inchiostro per raccontare la loro capacità di mettere in evidenza il lato ironico di ciascun personaggio a cominciare dalla titubanza caratteriale e dalla bonomia di fondo dell’affascinante Argan, bianco dalla punta dei piedi alla punta della testa: un bel problema per la servitù di casa viste le incombenze predominanti durante la giornata del nostro eroe soprattutto per la simpatica Tonina, interpretata dalla poliedrica e straordinaria Anna della Rosa: servetta, infermiera, sfrontata consigliera non richiesta dal suo ‘rustego’ padrone, amica dolcissima di Angelica, attrice consumata laddove c’è da ingegnarsi per aprire gli occhi ad Argan…

 

Encomio che si estende anche a tutti gli attori tra cui Valentina Bartolo ingenuamente deliziosa nella parte di Angelica e maliziosamente furbetta in quella della sorella Luisona e Francesco Brandi, finalmente un Tommaso Purgon tontolone equilibrato (forse il migliore che si ricordi) al pari di padre e zio grazie a una regia che non li rende eccessivamente caricaturali.

Uno spettacolo che risulta tanto godibile da desiderare rivederlo più volte.

 

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