Il cappotto@Teatro Carcano Milano - Gufetto Magazine

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Il cappotto@Teatro Carcano Milano

Straordinario cammeo di squisita fattura uscito dalla penna di Nikolaj Vasil’evič Gogol’ (Soročincy/Poltava/Ucraina 1809 – Mosca 1852) - scrittore e drammaturgo figlio di proprietari terrieri, che riesce ad affermarsi dopo alcune delusioni diventando uno dei più importanti letterati russi che hanno lasciato un segno e influenzato le generazioni successive - il racconto Il cappotto (da cui nel 1952 è stato tratto da Alberto Lattuada un film con Renato Rascel) delinea con tratti tra l’ironico e il reale la patetica vicenda di Akàkij Akàkievič Bašmàčkin, piccolo funzionario pago del proprio anonimo mestiere di copista di cui riesce a cogliere gli spetti positivi finché, costretto dalle convenienze sociali, investe un’inattesa gratifica e sudati risparmi nell’acquisto di un nuovo cappotto, paradossale strumento di riscatto nei rapporti sociali e d’inattesa e tragica distruzione.

Semplice, bonario, eccessivamente rispettoso fino alla sottomissione, credulone fino a un’ingenuità quasi parossistica e irriso da colleghi ignoranti, arroganti e tronfi per il fatto di far parte della burocrazia zarista (certo una situazione migliore rispetto alla condizione di servo della gleba scomparsa dalla retrograda Russia solamente nel 1861), il funzionario - interpretato da un convincente ed espressivo Vittorio Franceschi (in perfetta sintonia con l’ottimo regista Alessandro D’Alatri e con i bravi colleghi attori) anche autore del raffinato adattamento teatrale in cui ha eliminato l’appendice e ha costruito nel rispetto dello spirito di Gogol’ i dialoghi necessari alla rappresentazione in teatro - vive un periodo di esaltata eccitazione al pensiero di potere godere un qualcosa di cui quasi non si ritiene degno: una commovente felicità infantile che costituisce una grande lezione all’oggi in cui l’usa e getta ha tolto il piacere di gioire per le piccole cose.

Nella splendida scenografia in cui si può intuire una San Pietroburgo immersa nel gelo invernale dai lividi colori con strutture che paiono fossili emblematici della società dell’epoca (e di tutte le epoche del mondo), si dipana la melanconica vicenda in cui si muovono personaggi sorprendenti come il sarto Petròvič, incompreso uomo di cultura malgrado le sue radici di ex ‘servo della gleba’, che affoga le proprie frustrazioni nella vodka, e sua moglie che insieme alla padrona della casa in cui vive Akàkij manifesta sprazzi di umanità e compassione nei confronti del nostro antieroe, simbolo di una certa anima russa immobilista, acquiescente rispetto ai vari domini e poteri e come incapace di lottare per modificare lo status quo, quasi che l’opporsi costituisca una colpa essendo il destino immodificabile.

 

E il copista, emblema dell’uomo vinto dal fato e da una società incapace di apprezzarne le piccole grandi qualità resta nell’interpretazione di Franceschi un dolcissimo personaggio che pur represso lascia una piccola impronta di tenera umanità che malgrado la sorte avversa non s’incattivisce né s’inacidisce, un commovente ‘piccolo uomo’ che non si dimentica.

 

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