Sfinge di Anne Garréta - Gufetto Magazine

Sfinge di Anne Garréta

“Non riesco a ricordare esattamente le prime immagini che percepii di A***. La mia inerzia, quella sorta di abbandono al corso di un mondo di cui non governo né le esplosioni di delirio né i naufragi di sconforto, mi ha sempre lasciato piena libertà per gli smarrimenti e le incursioni più incongrue. (…) In quel quadro indistinto che guardai appena, qualcosa dovette colpirmi: si mise in moto un lavorio sotterraneo, uno scavo, la perforazione di una miniera nel mio cervello, dopo il cieco impatto di un frammento sulla retina (…). Un corpo, uno solo (…) aveva, senza che io me ne rendessi conto, dotato quel luogo di una seduzione che durò fino a quando non riuscii a determinarne la causa, a riconoscerne la radice”.

Si vuol parlare di passione, e si respira un’aria putrefatta. Si promettono fuochi e danze sensuali, si riceve neve fredda di parole giocate sulla precisa costruzione di una lingua che non permette errori. Un asettico esercizio di stile, questo potrebbe sembrare il libro, questo è, allo stesso tempo, il punto di forza del romanzo. Sfinge è la storia di una passione velata, di una relazione tra due persone di cui non è dato sapere il sesso. È questo il patto che l’autrice ha stretto con le parole, è questo il vincolo oulipano a cui è legata la penna. Può tale vincolo inondare tutto di una luce sfocata? La pesante nebbia in cui è avvolta la narrazione è voluta o è frutto della mancanza di colorazione di genere? Sicuramente il libro andrebbe letto in francese, senza nulla togliere al bravo traduttore italiano. A fare le spese della scelta strutturale sono forse i contenuti che restano sospesi e indistinti, in accordo con l’intento formale. La trama è obnubilata, pur nella ricercatezza del linguaggio.  Non un aggettivo, non un sostantivo tradisce l’autrice e, nel nostro caso, il traduttore.

L’io narrante veste i panni di un/a ex studente di Teologia, che paradossalmente finisce a fare il disc-jockey, ma che del disc-jockey ha ben poco. L’essere amato è un/a ballerino/a di cui si scopre poco o quasi niente, una figura in ombra e alla quale non ci si affeziona,  distante e inafferrabile. Il buio che ricopre il romanzo è di certo causa dell’ambientazione, le scene sono girate quasi tutte di notte, nei night e nelle stanze d’albergo parigine. È, infine, lo spettro della morte a prevalere. Il protagonista, a sua volta, “la vive” e la racconta.  Un mattone in più per quella che è già di per sé una perfetta architettura linguistica studiata a tavolino. Un avviso in più al lettore. A ciò si aggiungono gli evidenti sfasamenti temporali che la scrittrice lascia consapevolmente cadere all’interno del romanzo. Probabilmente l’autrice vuole dirci che di fronte alla potenza del sentimento non c’è ostacolo che tenga. Sicuramente lo dice, ma tale pensiero mi seduce poco e preferisco vedere in Sfinge unicamente un magistrale artificio della lingua.

Anne Garréta è stata la scrittrice più giovane a entrare nell’Oulipo, il “Laboratorio di scrittura potenziale” fondato da Raymond Queneau nel 1960. Del laboratorio hanno fatto parte, tra gli altri, Italo Calvino e George Perec. Gli scrittori dell’Oulipo si prefiggono di esplorare sistematicamente le potenzialità della lingua prescindendo dal tradizionale concetto di ispirazione e producendo così nuove forme e strutture letterarie. Sfinge è stato scritto nel 1986 quando la Garrèta aveva solo ventitré anni. Nell’ottobre 2010 è stato pubblicato da Zandonai con la traduzione di Alberto Bramati.

In tre righe? “Nel parlare ludico di passione …”. Cit.

Sfinge

 

Autore: Anne Garréta

Zandonai – pp.gg.150 – euro 14.50 – 2010

 

Parole di Erica Gasaro

 

seguici su Facebook
seguici su Linkedin
seguici su Google +
seguici su Pinterest
seguici su Twitter