Nella splendida sala Alessi di Palazzo Marino (sede del Comune milanese) stracolma di giornalisti attenti e partecipi, Sergio Escobar e Luca Ronconi - fortunatamente per la Cultura italiana riconfermati alla guida del Piccolo Teatro di Milano fino al 2013 - hanno presentato la stagione 2010-2011.
Una stagione all’insegna del coraggio non solo per l’incertezza sui finanziamenti, garbatamente ma fermamente denunciata da Escobar (il Piccolo - il cui bilancio 2009-2010 è stato lievemente in attivo, ha registrato 289.000 presenze alzando 812 volte il sipario - non sa ancora a quanto ammontano gli investimenti statali per il 2010), ma perché ci vuole coraggio a portare avanti un progetto in cui il Teatro assolve alla sua funzione primaria di far riflettere, in un Paese che sembra voler sfuggire a questo scomodo esercizio.
La drammaturgia dell’attenzione è il filo conduttore del cartellone 2010-2011 in cui tradizione e teatro contemporaneo dialogano tra loro sull’uomo e per l’uomo, registrando i mutamenti avvenuti nella società . E se oltre sessantanni fa - quando il Piccolo venne fondato - vi erano certezze e libertà appena conquistate e patrimonio comune, in un’epoca come l’attuale in cui domina l’incertezza e tanta parte del Paese sembra essere allo sbando culturale, il Teatro deve spingere lo spettatore a conoscersi, a riflettere su se stesso e sulla società di cui fa parte. Senza preconcetti o paraocchi.
Il cartellone del Piccolo si muove in questa direzione con grande coraggio proponendo cultura e rispetto per l’intelligenza dell’uomo e la sua libertà e capacità di giudizio in un’atmosfera in cui sembrano aleggiare ombre di censura preventiva da parte di Poteri che si arrogano il diritto di giudicare per gli altri.
Sono state le parole di Ronconi che illustravano in brevissima sintesi Blackbird dello scozzese David Harrower per la regia di Lluis Pasqual a far emergere le ‘aspirazioni censorie’ di due degli assessori alla cultura presenti i quali - forse poco pratici di teatro contemporaneo - ignoravano che quello proposto era un testo già da anni portato in scena con successo (se ne ricorda ad esempio un’ottima regia di Peter Stein).
Blackbird fa parte di quella drammaturgia contemporanea soprattutto europea che il Piccolo sta con intelligente operazione culturale facendo conoscere a un Paese in cui generalmente si oscilla (salvo che nei teatri off) tra l’eterna riproposta dei classici (possibilmente senza riletture) e il teatro d’evasione. Anche per colpa di un pubblico che troppo spesso premia solo autori e lavori noti.
È un Teatro certamente ‘scomodo’ perché indaga su quali siano le precarietà della nostra società , sulla sua frammentazione, su un oggi complesso e ambiguo in cui certi valori - fondanti in passato - si auspicano e si rifiutano contemporaneamente e in cui troppo spesso l’uomo si misura dal successo economico.
Anche le due regie firmate da Ronconi (La compagnia degli uomini dell’inglese Edward Bond e I beati anni del castigo della svizzera Fleur Jaeggy) si muovono in questa direzione così come quella di Patrice Chéreau (Rêve d’automne del norvegese Jon Fosse). Il tema dell’emarginazione è presente in diversi spettacoli: dalla riproposta del drammatico 20 novembre di Lars Norén, alle due opere di Antonio Tarantino (Gramsci a Turi e La casa di Ramallah).
Si preannunciano ricchi di suggestioni il debutto come regista di Giancarlo Corbelli con Macelleria messicana di Enrico Groppalli, Prospettive sulla guerra civile tratto da Serena Sinigaglia (la regista de ‘La cimice’ di Majakowskj) da un saggio di Enzensberger, Mai più soli interpretato dalla straordinaria Angela Finocchiaro e La variante di Lüneburg (dal romanzo di Maurensig) che vede il ritorno sul palcoscenico del Piccolo di Milva (cui auguriamo una pronta guarigione).
E i classici?
Certamente non mancano: da due grandi ritorni come l’Arlecchino servitore di due padroni con Ferruccio Soleri e la goldoniana Triologia della villeggiatura che Toni Servillo (in scena anche con lo spettacolo musicale Sconcerto) rilegge riflettendo sulla nostra epoca, al Misantropo di Molière per la regia del sempre interessante Massimo Castri, a Nathan il saggio di Lessing messo in scena dal giovane Carmelo Rifici di cui abbiamo apprezzato le interpretazioni di Lagarce e Norén. E ancora la Locandiera, il pirandelliano Sei personaggi in cerca d’autore, l’Edoardo di Le bugie con le gambe lunghe (portato in scena da Luca De Filippo) e due Beckett (Giorni felici e Aspettando Godot) per la regia rispettivamente di Robert Wilson e Marco Sciaccaluga.
Certamente stimolante I promessi sposi alla prova - la rilettura del capolavoro manzoniano - elaborata nel 1984 da Testori - per la regia di Federico Tizzi che opera a sua volta proprie contaminazioni con l’attualità .
Eccezionale il ritorno dopo vent’anni al Piccolo della compagnia Tanztheater Wuppertal con la prima per l’Italia di Vollmond - Ein Stück von Pina Bausch, un omaggio di Milano alla grande ballerina, vera icona del teatro-danza.
Non si può chiudere questa incompleta carrellata sull’imponente sforzo del Piccolo Teatro senza ricordare il mozartiano Flauto magico con la regia del grande Peter Brook, (nuovo importante tassello della sua lunga collaborazione con il teatro milanese) e lo spettacolo-omaggio (Macchine della memoria) nel ventennale della scomparsa di uno dei padri della drammaturgia europea contemporanea: Tadeusz Kantor.
Le due coproduzioni con la Francia e la crescente apertura internazionale testimoniano che la cultura e la circolazione delle idee non hanno confine e non possono essere rinchiuse negli orticelli dell’ignoranza.
I 15 spettacoli prodotti, i moltissimi ospitati e le iniziative parallele, caratterizzati tutti dal coraggio della cultura e dell’intelligenza, testimoniano la diversità di questa Istituzione che non è solo milanese e che onora la migliore immagine dell’Italia.
Il Piccolo non dovrebbe quindi essere lasciato nell’incertezza dell’investimento dello Stato: ‘investimento’ e non contributo perché a questi livelli culturali i soldi pubblici sono spesi ottimamente e più sicuro per dare un’immagine del nostro Paese migliore di quella troppo spesso offuscata da cronache ed eventi purtroppo ambigui.
























