Ansa ore 13,46: Usa: gaffe di Michelle Obama. Ad un evento contro la povertà con scarpe francesi da 450 dollari.
Il Canone di Pachelbel suona da youtube. È una di quelle cose che hai sempre sentito ma non hai mai saputo come si chiama. A me succede spesso, per una sorta di pigrizia mentale che mi fa accettare informazioni passivamente. A volte vorresti chiedere, ma sei preso da una paranoia simile a quella che doveva avere un Superuomo nietzschiano, l’ansia da prestazione di chi vuol conoscere tutto, subito schiacciata dalla consapevolezza dell’impossibilità di una simile pretesa. Poi capita che vedi uno spezzone di film sull’infernale fb (che ha una sua utilità , oltre a quella di farti leggere statement che non avresti voluto vedere su profili di persone che altrimenti non avresti conosciuto). E da lì risali a Werner Herzog, a Georg Buchner, a Kaspar Hauser e al Canone, che riesci ad ascoltare per la prima volta associato ad un nome.
Capisci che l’accidia è un gran brutto vizio (ben peggiore dei banalmente confessati e a volte addirittura ben visti lussuria e gola) e che quando ti si attacca addosso è come una melma lasciva che ottunde i sensi. Capisci che la sete di conoscenza e qualcuno che la plachi di qualche misura è in effetti la cosa migliore che potesse capitarti. Molto prima di una bugia notturna indifesa, molto meglio di un’uscita rimandata con leggerezza, poco meno divertente di una conversazione via chat proseguita per sms sul malvestitismo che imperversa in certi ambienti radical chic. Quando solo per un attimo smetti di introiettare ipodermicamente situazioni che hai ritenuto date e imprescinbili, apri le orecchie e chiedi lumi, ricominci a vedere colori che pensavi sbiaditi.
Ascolti teorie sugli ambienti letterari, sulle mode culturali e squarci appena il velo. Ti fai narrare una trama contorta e ti ritrovi a immaginare quei personaggi, campione di un paese che è lo stesso in cui vivi, muoversi ed esistere e mangiare. Fai ripartire una capacità di astrazione che tenevi sepolta nelle piantine della ristrutturazione della cucina dei tuoi, guardi con occhi nuove situazioni conosciute che ti fanno sorridere a parlarne. E capisci che devi semplicemente smettere di aspettare. Aspettare la consapevolezza altrui, aspettare e sperare cose che puntualmente non accadono, aspettare che si riveli chiaramente il bello che hai creduto di intuire per riempire uno spazio vuoto.
Ricominci a fare domande, magari anche sui segni zodiacali, sorridi con gli spezzoni di morettiana memoria, trovi il vecchio in qualche modo nuovo, e ti senti già stanco di una novità che sa di naftalina.
Lamentarsi senza porre rimedio non serve a niente. E a sentirsi un interruttore si perde solo tempo. Quando è spento lo resta e riaccenderlo è impresa ardua.
Enrica Murru























