Ansa ore 14:47: Mostre: Iroshige dal 17 a Roma. Duecento stampe dell’artista giapponese protagonista dell’Ukyioe.
Quando il peso della verità delle cose che sappiamo si fa insopportabile, cominciamo col giustificare. La giustificazione è, in parte, un’assoluzione, compiaciuta e compiacente. Ci compiaciamo di aver trovato il motivo che soggiace a certi comportamenti, ci illudiamo di compiacere il frusto animo altrui, così bisognoso di comprensione. Come se ognuno di noi non operasse già abbastanza quell’oscura menzogna ai danni di chiunque, a partire da noi.
La difficoltà è semmai quella di rendere la giustificazione accettabile: in termini dialettici e retorici, in grado sufficiente da farla apparire veridica e plausibile. Tanto che alla fine siamo noi stessi a credere che sia così. In termini pratici, cercando riprove e conferme del fatto che avevamo ragione, che i tasselli vanno a posto proprio così, come in colorato puzzle dell’infanzia, in quel modo ingenuo che ci portiamo dietro sin da ragazzi, quando far combaciare i pezzi ci sembrava una sorta di costruzione del mondo, un metodo per ricreare nella perfezione della nostra cameretta quella simmetria che volevamo e che bravamo per il mondo. Un sistema sicuro per leggere la realtà con occhi mondati dall’inganno e dell’imperfezione.
Più si va avanti e più si capisce che non c’è artificio retorico in grado di reggere il confronto con una realtà che troppo raramente collima con le nostre necessità . Solo alcuni riescono, senza mai chiedere spiegazioni, senza far nulla più che bersi quelle altrui in maniera acritica, a reggere il peso di una mancata spiegazione. Così per eliminare il problema è sufficiente non porselo proprio, o non porselo più.
Altre volte pensiamo di sapere già tutto: diamo per scontato che quello che abbiamo di fronte sia uno stronzo. Leggiamo alcuni segnali come pensiamo che vadano letti, come fossero rivolti a noi, come fossero nient’altro che la conferma di ciò che già , nel profondo, sapevamo. E così facendo, di nuovo giustifichiamo. Diamo modo agli altri di darci quello che ci aspettiamo, nulla di più. Mi piacerebbe tanto essere una tabula rasa. Ancora beatamente inconsapevole di quello che mi aspetta. Ma qualcuno per primo ha aperto il Maelstrom che giaceva chiuso ai miei piedi, e da allora niente è più stato lo stesso. E mentre attribuivo a lui quell’affibbiarmi una maschera che ha solo i contorni del mio viso, facevo lo stesso con il resto del mondo.
A che pro fotografare la realtà intorno e ritenerla immutabile? A che giova credere di sapere tutto ma sperare di sbagliarsi? Sarebbe meglio stare in ascolto, stare a guardare, senza tendere trappole, tranelli, fili dell’alta tensione sperando che qualcuno prima o poi ci inciampi per poter dire che si, avevamo ragione, e il mondo è proprio un posto schifoso e me tapina che mi capitano tutte, meglio restare soli. Di vittime così ce n’è a bizzeffe, e son io la prima.
Di vittime che stanno a casa in tuta a leccarsi ferite, ad aggirarsi come animali preda. A invocare aiuto e comprensione ad amiche stanche. Stanche di sentir raccontare la solita vecchia storia, che già si sapeva come sarebbe andata. Ad aspettare vicino ad una macchina parcheggiata un ex inconsapevole di aver riaperto una voragine chiusa con un tappeto di foglie. E sempre attribuirgli colpe che non ha. Solo reo di aver messo il dito in una piaga che non si rimargina, di cui non si sa origine e causa.
E così, ancora una volta, giustifichiamo: lui che è capitato nel peggior momento possibile. E noi, che tanto eravamo lì ad aspettarlo.
Enrica Murru























