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Mossa obbligata

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Ansa ore 14,30: Festival di Cannes: in lizza tre italiani. Guadagnino, Placido e Tornatore.
Nel silenzio contrito della sala, nel pathos sospeso della rappresentazione tu, ti ho sentito distintamente, hai chiesto “ma è morta?”.

Mi sono domandata mille volte come sia possibile essere così deficientemente orbi. Così manchevoli di una qualsivoglia capacità di leggere la realtà, anche quella non scritta davanti agli occhi, anche se non necessariamente detta o urlata. Ma in effetti tu riassumevi bene anche lo spirito del film: quell’assoluta miopia dell’altro. Quel falso trincerarsi dietro paraventi di moralità borghese che dettano un’etica preconfezionata e buona per chiunque, come per nessuno. Quella rispettabilità mal interpretata. Che fa alzare il tappeto e nascondere la polvere dell’adulterio, della genitorialità come fuga, di tutti i piccoli o grandi palliativi e stratagemmi che ogni giorno ci si inventa per sfuggire al peso del confronto sincero. Con se stessi poi, che è il più difficile.

Questi giorni sento cose che non vorrei: matrimoni dettati da un malinteso senso di solidarietà etnica, monogamie mal interpretate, lancio di sassi che produce un’eco spaventosa e nessuno a raccoglierli. Mi ritrovo ad aspettare mosse come a scacchi, chiavi di lettura come in un’antologia del liceo. Sono curiosa e perplessa e temo che la mia curiosità mi costi una bruciatura, come al bambino che vuole sapere se il fuoco davvero scotta e come è questo “ardere”, che gusto ha in bocca il dolore, che odore ha la pelle rovente, quante lacrime provoca il giocare col fuoco. Forse continuo a farlo da sempre. Provarmi, provare a me stessa che mi sbagliavo o che avevo ragione. Provare che avevo visto male o che ho un ottimo intuito. Provare che l’istinto ha la meglio o che è meglio comunque provare ed esporsi. Dimostrare che ogni volta è come ricominciare daccapo o che si fa tesoro dell’esperienza. Quando sai che darai una facciata contro il muro è preferibile ritrarsi e contenere il danno oppure ripiegare la mani dietro alla schiena, riporre il paracadute e buttarsi?

Sono propensa a credere che sia vero quello che dice Arthur C. Clarke: la persona che amiamo non esiste quasi mai. È frutto di proiezioni, come quelle che del resto facciamo su noi stessi. Eppure vorremmo sempre che una bella sorpresa smentisca i nostri dogmi, sentimentali soprattutto. E la delusione per quanto scottante ce la facciamo passare. Altrimenti dovremmo accontentarci di amare e desiderare soltanto ciò che capiamo, che ci sembra noto, col quale ci appare facile il confronto.

Voglio essere stupita, voglio, più di tutto, capire che sbagliavo. Voglio ricredermi e vestirmi di nuovi abiti e confezionarne di nuovi per gli altri. Voglio smettere di dare per scontata qualcosa che non posso conoscere. Che poi alla fine ti avvicini così alle persone e loro fanno esattamente ciò per cui eri scettico, come una profezia che si autoavvera. Invece mi piacerebbe dire che non ci avevo capito nulla. E che stavolta è diverso. Che non ci saranno sotterfugi di nessun tipo, nemmeno i miei, che mi restano i più ostici da scovare. Chissà che gusto avrà in bocca il dolore del fuoco.

Enrica Murru

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