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Serendipity

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Ansa ore 13,02: Oscar: i bookmakers premiano Heath Ledger. Tra I film testa a testa tra “The Millionaire” e “Lo strano caso di Benjamin Button”.

Per non metterla giù troppo dura, diciamo che questo mese ho avuto un bel po’ di stimoli. Tutti negativi, ok, ma non tutto il male vine per nuocere.. C’è anche il caso che stavolta io afferri un qualche insegnamento fondamentale. Senza drammatizzazioni inutili e deprimenti.

Ho capito che la serendipity esiste, anche senza i guanti di cachemire di Kate Beckinsale e la pista di ghiaccio su cui si stende John Cusack. Anche senza New York e i magazzini Bloomingdale a Natale. Apprendo ora che il termine fu coniato da Horace Walpole sulla base di una leggenda dello Sri Lanka, che narra dei tre principi di Serendip (antico nome del paese asiatico), i quali “scoprivano continuamente per caso o per sagagia, cose che non stavano assolutamente cercando”. Ho capito che le coincidenze non sono solo un fatto di superstizione e che la casualità non è solamente un principio scientifico. Sono mesi che inciampo in persone/avvenimenti/scoperte in modo assolutamente sconnesso. E nel magma entropico che mi circonda intravedo un disegno. Anche se spesso non si nota, e col senno di poi tutti pensiamo che quello che si profila all’orizzonte sia un semplice caso che la nostra mente malata imbriglia in consecutio causa temporali del tutto immaginarie.

Poi ho capito che la profilassi che di solito seguo per tenere lontane alcune spiacevoli derive sentimentali ormai non serve più, o vede la sua forza molto ridotta. Siccome non ho un umore adatto ad essere portato in giro e mi sembra solo di affastellare impegni su impegni per non pensare, ma se mi fermo mi piomba addosso tutto quello che lancio in aria credendolo sospeso, ho finalmente introiettato un concetto che credevo distante anni luce: la cicatrizzazione richiede più tempo, molto più tempo, ed io non posso aver fretta. Così ho smesso di uscire con uomini validi con i quali però non sarei di compagnia. Io odio sentirmi pesante, odio dovermi forzare di essere leggera. Di solito ero in un modo in cui ora non sono più. Vorrei essere meno indulgente e accondiscendente e lasciar soffire in pace la parte di me che ha bisogno di piangere. E alzarmi leggera quando posso permettermelo. Sfruttando solo situazioni in cui non devo spiegare un repentino cambiamento di umore: una cena con le mie più care amiche, una mazzetta di giornali del mattino, una libreria mezza vuota senza computer che cataloghino l’archivio, con pile di libri vecchi e nuovi da spulciare. Un negozio di profumi antichi che abbracciano una stagione intera di vita passata.

Quindi mi accontenterò di navigare fra i siti degli stilisti di abiti da sposa, di leggere menù immaginando il sapore e di prefigurarmi il salto per prendere il bouquet. In attesa del 18 luglio, di una chiesa con l’incenso, di soffocare in un abito da damigella stretto dall’afa e dal sudore ansioso, di lacrime e mascara waterproof, di voul au vent con gamberetti e salsa rosa e di anthilia donnafugata. In attesa di una felicità grande che vorrei per tutte le persone che amo (qualsiasi sia il modo per ottenerla).

Enrica Murru

 

 

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