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Musica per le mie orecchie

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Ansa ore 14,05: Madonna cerca il suo alto gentile. La popstarce rac di diventare meno dispotica nelle sue relazioni.

Stavo pensando all’ironia caustica che si nasconde dietro alla tua confessione dell’altra sera. Rivelare il tuo cognome, tenuto nascosto per mesi per una pretesa necessità di assoluta privacy, e sottolinearne la curiosa affinità con la parola amore. Quell’amore che ti stavi impedendo di provare, che mi stavi negando, che mi vietavi di esternare, quell’amore che avrei dovuto ricucire dentro la pelle. Poi ho dovuto fare i conti con una patina oleosa di delusione che non si scrolla di dosso, e ho dovuto stare a guardare una schiena di notte, dove prima stava una faccia incolta. Sono stata a versare acqua dai pori delle ciglia e rivestire malmostosa le mie vergognose confessioni salate. Dopo ho preso un tram che ha smesso di chiamarsi desiderio, con il cappello calato di un ragazzino delle banlieu, fra il fastidio della gente pigiata e la musica che non mi dava più gioia. Ho ripensato alle tue parole, al nascondiglio del dolore che stavi per darmi, e ho capito che sei stato bravo a celare mostrando quello che tentavo di non capire. Infine ho dovuto leggere un messaggio di miseria di te stesso, dalla quale volevo difenderti, ma tu non sai più farti scudo e lasci che ti investa, come il sole dalle tende al mattino, che ci sbirciava nel letto sfatto.

Sono arrivata in ufficio e anche una mamma polacca mi ha consolata dicendomi l’assurdità di una simile sofferenza. Che era troppo poco il tempo che mi avevi lasciato per provare quello che provo. Che davvero non posso costringerti a prenderti cura di me (ma stanotte si, anche se male, lo hai fatto, e i singhiozzi che mi scuotevano ti hanno terremotato il sonno). Mi sono fatta coccolare da una sigla su richiesta, dall’unico nascondiglio che merita esistere, da un dolce di cioccolata amara e da un abbraccio in piena notte. Con uno specchietto rotto, una faccia rotta da dover far ricucire, una pianta rotta da dover ripiantare, una testa rotta dall’alcol per annegare, come un vecchio lupo di mare, i tormenti (e il giovane Werther stavolta non c’entra). E il rifugio del sonno spezzato e interrotto, come tutto si interrompe questi giorni.

Ho rimangiato un piacere che stavo per fare a chi di favori non ne merita, ma non lo imparerò mai, e per quanto io strepiti ed urli e non possa impedirmelo, per quanti improperi possa lanciare, difficilmente chi si è conquistato il mio affetto una volta lo perde per sempre. Come di odio ne ho in quantità da spargere. Da destinare all’intorno con assoluta mondializzazione. È dell’amore, solo di quello che non so che farmene ( a parte destinarlo a stupide retoriche qui).

Ho pensato nell’ordine che: tu sei assolutamente la cosa più sexy su cui abbia alzato gli occhi, ma non solo quello. Che devo smettere di badare agli uomini e cominciare a farmene una ragione, che di affrancarsi dalla sua pessima condizione il mondo non ne ha voglia. Devo smettere di pensarti, oppure incominciare a farlo male, così da trovare ragioni di dimenticanza. Ma ancora ho negli occhi la mia gioia che sfasciava le guance al solo vederti. Che devo cancellare le immagini di assoluta serenità familiare in un podere in campagna, con i cani i gatti le oche e fermi senza correre dietro al tempo, al successo, al denaro. Che devo resettare quest’ultima frase che tanto mai sarei capace.

Poi ho pensato a quella riflessione di Mariàs, sull’ascolto, sulle orecchie, l’unico organo tattile al quale non si può impedire di svolgere le proprie funzioni, non come gli occhi che si chiudono, il tatto che si narcotizza con gli abiti (quella vanità vacua che ci fa correre in centro ai saldi), la bocca che si serra in una morsa di disgusto, il naso che si tura dall’olezzo. E ho ripensato a quel signore un po’ cafone e incivile che in palestra si è parecchio infastidito perchè non sentivo le sue domande fra una canzone dei Bloc Party e un pezzo di Thom Yorke. E ho capito che avrei potuto evitare di sfrugugaliare la tua verità e di ascolarla, con quelle splendide e tecnologiche cuffie che mi ha regalato l’uomo piccino della mia vita.

Enrica Murru

 

 

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