NAPOLI FRINGE FESTIVAL-Dovevate rimanere a casa, coglioni! Esercizi di filosofia aneddotica - Gufetto Magazine

NAPOLI FRINGE FESTIVAL-Dovevate rimanere a casa, coglioni! Esercizi di filosofia aneddotica

Una giovane attrice monologa con energia sul palco della Sala Fringe al Castel Sant'Elmo, per un pubblico che, per lo più, non conosce Rodrigo Garcìa, interessante ma forse non geniale drammaturgo della scena contemporanea internazionale.

Elvira, il personaggio interpretato da Rebecca Rossetti è una non ben definita donna adulta che raccomanda ad un altrettanto vago "tu", di cui intuiamo l'età minore ai 15 anni e un rapporto di stretta parentela con la locutrice, una serie di comportamenti e precetti morali che dovrebbero liberarlo dalla schiavitù del sistema lavoro-denaro-noia. Ecco il suo piano: lavorerai fino ai 15 anni, farai ogni tipo di lavoro, immorale, illecito, disumano, sconveniente e avvilente, così saprai che a 15 anni non vale più la pena di continuare e vivrai la vita con pienezza e forza, mentre di solito la gente se ne accorge quando ha esaurito la sua vitalità.

La predica è moralistica e come tale rischia di infastidire il pubblico, ma il personaggio sui generis e la verve anche comica della Rossetti ci permettono di non soffrirne. D'altra parte l'intento moraleggiante, al limite del didattico, è solo mascherato, in questo testo, dalle pur divertenti elucubrazioni messe in bocca al personaggio, che talvolta sfiorano l'assurdo per quanto sono insistite. Ma questa maschera di surrealtà verbale ed iperbolica aneddoticità (efficaci le storie di animali – gatti, pesci, criceti, pony, cavalli e foche – che assurgono grottescamente a simbolo di una vitalità ingiustamente calpestata dall'arroganza umana) non riesce ad arginare la tentazione di Garcìa alla filosofia.

Il problema è che il teatro verbalmente filosofico non diverte quanto annoia, e la regia di Jurij Ferrini non pare fare abbastanza per tenere viva l'attenzione dello spettatore nei momenti in cui la filosofia del testo, più o meno condivisibile ma certamente non così sagace e complessa come sarebbe se fosse espressa in un trattato filosofico, prende il sopravvento. La scena è vuota, i costumi sono poveri e non sorprendenti, il lavoro delle luci e delle musiche non è così ricco e articolato da sostenere lo sforzo interpretativo e quello della memoria della performer, a tratti indecisa.

La regia si concentra dunque sull'attrice e la innalza a vera attrattiva del lavoro sin dal programma di sala. Ma basta che un'interprete "quando è sulla scena sia un essere umano" perché questo ne faccia uno spettacolo davvero compiuto?

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