La data del Teatro degli orrori tenuta all'Estragon è stata innanzitutto una prova di rodaggio della risposta del pubblico emiliano al secondo disco della band, “A sangue freddo”. Sono infatti poche le date del tour precedenti a questa, e i musicisti hanno avuto ancora modo di sperimentare le varie potenzialità live dei nuovi brani.
L'apertura, come consueto, è affidata agli Aucan, progetto di stampo preminentemente elettronico, non lontani dai lavori degli ultimi Mogwai, ma comunque non troppo sorprendenti anche se godibili. Il salone del locale, durante la performance del gruppo spalla, inizia a riempirsi e ad accogliere gli spettatori che si rivelano molto più numerosi delle mie aspettative iniziali.
La band veneta si fa attendere un po', creando quella suspense che ormai accompagna l'attesa di ogni loro spettacolo, per comparire infine sul palco, fra gli applausi del pubblico.
Un primo punto di forza di questa formazione dal vivo, ce ne si rende subito conto, è proprio l'atmosfera che si impone nei minuti immediatamente precedenti alla loro salita sul palco. Si ha la sensazione che stia per succedere qualcosa di importante, di solenne, e i loro movimenti (o non-movimenti) sono perfettamente articolati con l'ambiente, in accordo con questa atmosfera. Va riconosciuto però a Pierpaolo Capovilla, il cantante, il ruolo primario in questo gioco psicologico col pubblico: con il suo sguardo penetrante e serio, e grazie ad un personaggio costruito ad hoc e caratterizzato da quella decandente, lucidissima follia che compare nei testi dei brani, diventa un polo magnetico estremamente potente agli occhi del pubblico. C'è già un dialogo col pubblico, come un tacito accordo.
Il concerto si apre con un brano dell'ultimo disco, in verità uno dei più contestati, “Direzioni diverse”. E' effettivamente un brano estraneo al sound del gruppo, ma forse proprio per questo funge da valido ponte per collegare la performance precedente alla propria, riscaldando intanto gli animi fra il pubblico: i musicisti sono in ottima forma.
Durante i primi brani si accumula tensione. Viene proposta “Il terzo mondo” ma ci sono alcune incomprensioni fra i musicisti. Alla fine del brano Capovilla ammette gli errori e domanda scusa, con la sua spontaneità poco avvezza ai giri di parole. Ma niente è rovinato: la gente freme, c'è movimento, ed è come se l'agitazione sia contenuta dall'aura cupa, grave, che si accoppia sempre alle performance del gruppo.
Ciò che fa scoppiare la miccia, era prevedibile, è l'esecuzione dei tre brani che costituiscono il fiore all'occhiello del Teatro: “Vita mia”, “Dio mio” e “E lei venne!”. La potenza improvvisamente si fa tangibile, sia in senso di acustica che di dinamica, ed è impossibile stare fermi. Da qui in avanti, il concerto rasenta la perfezione, offrendo agli ascoltatori tutto ciò di cui si compone il Teatro degli orrori: musica eccellente, liriche profonde, continuo dialogo col pubblico e una violenza radicale che prende a schiaffi in faccia chiunque si lasci catturare, che si parli d'amore o di odio.
Seguono “E' colpa mia” e “A sangue freddo”, il brano che Capovilla dedica a Ken Saro Wiwa, il poeta e attivista nigeriano ucciso perchè scomodo alle multinazionali del petrolio. In questo frangente, come in altre occasioni, Capovilla si ferma, parla col pubblico (addirittura senza microfono, nel silenzio che pian piano si forma, cercando un contatto diretto) e spiega le proprie ragioni e le ragioni del testo. Non è una semplice informazione sul soggetto della canzone, è la ricerca di un interlocutore in carne ed ossa, ed è faticoso per chi parla ma forse ancora di più per il pubblico che deve comprendere e accettare questo ruolo. Ma la cosa funziona, dopo poco. Tuttavia un ragazzo gli grida “Basta chiacchere, vogliamo la musica!”. La risposta non si fa attendere, grave e irreprensibile: “Chiacchere? Tu sei una chiacchera. Qui stiamo parlando di Ken Saro Wiwa, un eroe dei nostri tempi: Facciamo che prima viene Ken Saro, poi io e poi tu”. Uno scroscio di applausi.
Il punto più alto della performance è raggiunta con “Majakovskij”, poesia musicata del grande poeta russo, e da “Padre nostro”. E' la summa della coincidenza fra significato e azione, fra performance e emozione.
Seguono i brani migliori dei due album (anche se ad essere realistico, sono veramente pochi i brani non validi nel repertorio del Teatro), fra cui “Il turbamento della gelosia”, “La vita e breve”, “La canzone di Tom”..
La chiusura, dopo due ore di concerto, è eseguita con un rallentamento progressivo, con la commovente “Lezione di musica” e la conclusiva “Die Zeit”. Tutto si chiude nelle immagini suggerite da queste liriche fosche, malinconiche e caduche.
Non c'è dubbio che la performance del Teatro degli orrori sia una delle più complesse e stratificate che siano oggi ravvisabili sul panorama italiano, in particolare nell'ambiente “alternativo”. Con una musica fatta di continua potenza e violenza devastante, e senza mai cadere nel volgare o nello scontato, riescono con disinvoltura a parlare di questioni reali, di emotività e di umanità, facendo capire davvero le proprie prospettive a chi li ascolta. Ha senso parlare di teatro non per la teatralità dello show, che in sé è semplice, quanto piuttosto per la forza di coinvolgimento e di attrazione esercitata sul pubblico, che guarda il palco non solo per vedere chi sta suonando, ma soprattutto per guardare cosa accade, per afferrare il fulcro di questo vortice inarrestabile.
Achille Zoni
























