La cosa che più non mi aspettavo è stata vedere all'Alpheus una bassa quantità di ragazzini. Niente emo, niente "nuove generazioni rock". E ne sono contento. In queste frequenze il brand modaiolo non sfonda.
Un nerviosso in meno. Pieno invece di brizzolati, quarantenni e forse anche più. Bellissimo. Le All-Star non mancano, ma al loro uso-e-consumo ci ho fatto il callo da un bel pò. Poca gente per il gruppo spalla, che invece merita. Si chiamano Love In Elevator, vengono da Venezia. Bel tiro, giovane età e una gran voglia di fare casino. Veramente bravi. Batterista davegrohliano nei ritmi e controtempi, voce femminile ma la differenza la fanno i suoni potenti e vouminosi del basso.
Dopo circa un'oretta salgono i Mudhoney, attesi da tutti e infatti la sala è bella piena. Che dire. Iniziano con "Money Will Roll Right In", così come se niente fosse. Mi viene da ridere. Un impatto devastante prosegue con"The Lucky Ones" e "Inside Out Over You", dall'ultimo album. Poi tre pezzi tutti di fila. Delirio puro. "You Got It", "Suck You Dry" e "Oblivion" e si vedono corpi volare dal palco, sul palco e anche Mark Arm se la ride con Steve Turner. Quante devono averne viste di scene del genere, da quando nell'86 diedero vita al quel movimento chiamato grunge. Mother Love Bone, Green River e infine Mudhoney. Una carriera vissuta all'insegna della coerenza di quell'essere maestri e non sentirne minimamente il peso. Siamo al livello di Sonic Youth, Pixies. Nessun atteggiamento da star o divo. Mark Arm prima dello show esce e passa per il pubblico per prendere uno zaino nascosto da qualche parte, e viene inevitabilmente travolto. Un album dopo l'altro snocciola quel che ha dichiarato tempo fa in un'intervista. "Per me il rock è diviso in due parti: o sei con gli Stooges o sei contro di loro. Semplice. Io sto con loro". Ed infatti si vede. Sul palco è la controfigura di Iggy Pop. Lo si nota anche che nella maggior parte dei pezzi nuovi non imbraccia la devota Gretsch. Si contorce, balla, danza, scivola. Uno spettacolo che non mi aspettavo.
Dan Peters, dietro le pelli dei Nirvana prima dell'avvento di Dave Grohl (ha fatto però in tempo a registrare "Sliver" sull'album "Incesticide", uno dei pezzi più amati della band di Kurt Cobain), martella come fosse un ragazzino. "Touch Me I'm Sick" inno per eccellenza, ispirazione ed intensità mai più raggiunta dalla band, irriverente commento sul rapporto tra malati di aids e persone pulite, è l'apoteosi. Seguono tre-quattro bis a velocità estrema. L'unico tiro di freno a meno è la fantastica, ipnotica esibizione di "When Tomorrow Hits". Vanno via, dicendo "grazzia", con un italiano in stile tenente Aldo Raine. Negli occhi ancora le facce e le gesta di questa grande band. Nelle orecchie il Big Muff non perdona. Peccato per l'assenza (ormai da anni) al basso di Matt Lukin (sostituito più che degnamente da Guy Maddison). Sarebbe stato davvero chiedere troppo. Mi avvio verso casa con la consapevolezza che queste sono le serate per cui vale la pena muoversi.
Recensione di: Sebastiano Davoli
























