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Marlene Kuntz @ Capannelle Roma

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Quando si spengono le luci siamo nell’ippodromo Capannelle, per il Festival Rock In Roma, già da più di mezzora. L’abbiamo passata ad ammirare l’enorme struttura che fece da teatro alle gesta memorabili di Mandrake, Er Pomata, scenario dell’indimenticato film “Febbre da cavallo” con Proietti e Montesano. Roma capitale è anche questa. Tutto fa parte di un Tutto, fatalmente, di un’insieme.

Non c’è tantissima gente, nonostante il prezzo invitante e la graziosa serata sulla quale sospira un venticello leggero leggero, ideale per un evento all’aperto. Prima di ogni concerto dei Marlene Kuntz mi traballa nella testa sempre un pensiero, quasi come un deja vù, che mi porta a pensare che questa sarà la serata in cui sbaglieranno qualcosa, o non mi convinceranno abbastanza, e rincaserò maledicendo il fatto di non essere andato invece al concertino degli SfigatiBand che suonano nel postaccio sotto casa. La malsana pensata si trasforma in senso di colpa, come un ladruncolo colto sul fatto, appena Marlene sale sul palco.
Le prime note di “Amen” non lasciano adito ad alcun dubbio. Sono sempre loro, tra il pubblico non vola una mosca. La scelta di un pezzo lento, suadente, per cominciare uno show elettrico risulta azzeccata. Si crea subito l’ambiente MK che il seguito di fan conosce bene, e che il gruppo cerca per entrare in sintonia con il pubblico. E’ il loro salotto, sono a proprio agio.
Neanche finito di applaudire e di distendere i nervi, che atterrano dall’astronave MK una serie di pezzi, suoni direi, tutti uno dietro l’altro, suonati con maestria, che sembra di vedere l’intonaco dalla saletta che li partorisce cadere, letteralmente, al suolo. “Il lavoro paga”, disse Godano in un’intervista. E si vede. Nessun gruppo italiano, forse, può vantare una scaletta simile al giorno d’oggi: Il vile, Festa mesta, Sonica, Nuotando nell’aria, Bellezza, Impressioni di settembre (magistrale cover Pfm), Musa, Cara è la fine (tra le altre, poi, in ordine sparso Canzone di domani, Uno, Primo maggio, A fior di pelle). Vanno via senza suonare molte ballate e pezzi da novanta, La canzone che scrivo per te, Lieve, Serrande Alzate, Schiele lei me, la scelta è ricaduta sull’elettrico e ne siamo contenti, le nostre orecchie un po’ meno. Mancano tanti altri brani che riempirebbero un'altra scaletta, a parte da questa, che non sfigurerebbe affatto. Ma va bene così.
Dopo che stiamo zitti per più di un quarto d’ora, mio fratello mi chiede se Marlene entra in trans da prestazione, che sembra che siano soli, ognuno con il proprio strumento. Penso proprio di sì, anche se non ricordo la mia risposta. Il via-vai verso il baretto contribuisce nel farci sentire anche noi parte della trans-sonica, e, come si potrebbe pensare, nessun feedback dalle chitarre invece è invadente, fastidioso. Il suono è compatto, la presenza scenica del frontman rispetto alla pacatezza del resto (al basso Luca Lagash Saporiti e alle tastiere, violino e percussioni Davide Ameodo) pure.
Un grande concerto. Due bis e la camicia color porpora di Cristiano Godano che gronda di sudore, lo sguardo di Riccardo Tesio è fisso sui pedali e sulle corde, e Luca Bergia detta i ritmi in controtempo, con quella presa da bacchetta giezz per il rullante, che tanto non mi piace nel vederla, quanto mi convince nel sentirla. Due ore circa e le luci si spengono. Rimane buia la pista da corsa, e tanto mi viene voglia di sentirmi Mandrake che se la prende con Er Pomata per la scommessa sul cavallo sbagliato.
Dopo ci avviamo verso il notturno che ci avvicinerà a casa. Un’ora di attesa, un quarto d’ora di autobus e poi un altro a piedi per arrivare a casa (per me, per qualcun altro altri dieci minuti di notturno). Roma capitale è anche questa. Tutto fa parte di un Tutto, fatalmente, di un’insieme.
Alla prossima!
 
Recensione di: Sebastiano Davoli
 
Sul web: www.rockinroma.com/ - www.marlenekuntz.com
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