Home Live Report Superpartner @ Cafè Deluxe' Firenze 12-02-2009

Superpartner @ Cafè Deluxe' Firenze 12-02-2009

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Il sole del Salento torna a far splendere il dream pop italiano. Dopo il rock melo-melodico “ Made in U.K.” dei Negramaro e i croissants parigini de Il Genio, ecco un' altro gruppo con l’orecchio rivolto verso territori europei. I Superpartner: una band a passeggio per la Londra degli anni ‘60, che Live dista ancora tanti chilometri dall’oltrepassare la Manica.

I superpartner arrivano da Squinzano, provincia di Lecce, e stasera hanno scelto il Cafè Deluxeè di Firenze per presentare le canzoni tratte dal loro album d’esordio “Love Hotel”.

 

Ce le mostrano sottoforma di melodie come gocce, un dolce dream pop dai connotati californiani.
Sin dall’inizio del live-set quel che colpisce è il suono finemente soffice e pienamente armonioso.

 

Dall’ enciclopedia del pink-plastic pop riprendono un immaginario carezzevole; quello di una godibile epoca Sixties dall’aria facilona.

 

Ma, nel proporre sempre la “giusta” melodia, i Superpartner rischiano di non far riconoscere una canzone dall’altra.
Mirati nell’essere rassicuranti, alla lunga possono infastidire molte orecchie per la loro zuccherosa precisione.

 

Rosita Garzia e Francesco Lanfredini ai microfoni creano piccoli giochi di voci mai invadenti.

 

Un look retrò che rimanda alle fotografie opache e sognanti degli anni sessanta.
Rosita, dal caschetto biondo, con vestitino a forme geometriche e clips rosse alle orecchie, è una graziosa lolita uscita da un film di Austin Powers .

 

Una signorina dalle composte movenze, costruite a pennello sulla loro musica.

 

Stessa cosa vale per la sua voce: flebile e piccola, semplice decorazione dei brani; adatta alla facilità armonica dei loro pezzi , che rischia però di risultare monocorde e monocolore.

 

Il cantato in inglese rende ancor meno vincente il progetto.

 

La scelta dell’italiano potrebbe fornire più efficacia e credibilità a queste sonorità, stra-sentite e anacronistiche, che il tempo ha avuto modo di sperimentare e sfruttare sotto tutti i punti di vista, mettendone in luce i limiti.

 

Il singolo “Do u remember the hill?” possiede echi dei Thrills e dei Beach Boys, immergendoci nella California dei girasoli e delle baie infinite.

 

Lo zucchero filato dai Beatles, nel ritornello di “ Song for Sarah”, e questa solarità non possono che suggerire prati fioriti, mille bolle blu e una dose di arcobaleni.

 

Non c’è però la spontaneità, ma tanto canone.

 

Riadattamenti dei suoni già cari all’ Inghilterra più che al beat italiano, e la sporadica incursione dei compatrioti Baustelle (“Supernatural”).

 

Oltre alla provenienza geografica e alle tante stelle ricevute dalla critica per il disco d’esordio, i Superpartner condividono con Il Genio un’algida e debole presenza sul palcoscenico.

 

Ma, a differenza dei “Pop-porno musicisti”, questi ragazzi sanno suonare.

 

Tutto è eseguito in modo ben curato, ma in maniera fin troppo perfettina.

 

Sei elementi che, a dispetto della loro luce sonora, tralasciano sorrisi, ammiccamenti naturali e carisma magnetico.

 

Rifarsi al passato è un’impresa che va intrapresa con inventiva e forte personalità, cose che qui stasera mancano.

 

L’ambiente salottiero del Deluxeè diventa la perfetta scenografia ad un gruppo che, tolto l’alone vintage, perderebbe molta della sua identità.

 

I Superpartner allietano l’ascoltatore, ma finiscono per annoiare lo spettatore a causa della poca varietà delle loro forme espressive .

 

La loro è musica “quotidiana”, sottofondo mentre si sforna un apple-pie o per i migliori pic-nic in trasferta domenicale.
Canzoni al “Sapore di sale”( titolo della cover di Gino Paoli che propongono stasera), che ricordano quell’ italiana patina romantica da bagnasciuga.

 

Per i Superpartner il mondo è bello, il cielo è celeste e i prati sono verdi.
E’ vero che la musica è fatta per sognare, ma qualche volta, come in questo caso, la sensazione di finzione non li fa risultare completamente credibili.

 

Meno elettronici dei Cardigans e più morbidi dei Blonde Redhead ,utilizzano il cantato-miagolio ed efficaci loop di tastiera (“No Secret”), alternandoli ad ululati intriganti e sornioni come una pennichella sull’amaca (“chic and shine”).

 

Il soft-pop dei Superpartener risulta troppo limitativo in tematiche, atmosfere e scenari.
Piacevoli da ascoltare, ma noiosi da vedere.

 

Il revival non è un semplice cambio d’abiti, ma un’ attitudine nel ri-affrontare con certo stile la musica e la vita.

 

E così, la Puglia e quella Londra immaginata, ma non posseduta, rimangono ancora molto distanti …

 

 



Recensione di Giulio Bartolomei
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