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Vandemars @ Cafè Deluxe? Firenze

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Un suono proveniente da un altro pianeta è pronto ad invadervi. Dirompente e vulcanico, scorre come lava abrasiva lungo i canali delle passioni più corrosive.Corteccia graffiante e polpa ruvida. Una rosa rossa cosparsa di spine pungenti. Trasporto epidermico e tempeste sanguigne. Un uragano per distruggere cuori di vetro e pareti di cemento disarmato. Signore e signori, date il benvenuto all’Avanguardia di Marte. Vandemars: A Noisy Melody.

Tende di velluto damascato nero e luci rosse dall’avvolgente e maliziosa inclinazione.

 

 
Eleganza decadente di oscuro Piacere dannunziano e un fascino femmineo, ghiacciato dal delinearsi di una sensualità magnetica.

 

Come una bambola di finissima porcellana, incastonata da capelli di seta e un vestito di raso color porpora, troviamo al centro dello spazio Silvia Serrotti, la frontwoman dei Vandemars.
 
Cinque anime con base terra nella città di Siena, centro propulsivo della loro spinta reazionaria, pronti a scuotere il mondo, ma soprattutto le coscienze, di energia costruttiva e fortificatrice.

 

Un progetto di spiriti affini ma diversi, legati da un suono che è potenza comunicativa, loro marchio di fabbrica.
Stasera per il Deluxeè riducono la batteria e alternano la chitarra acustica ad una delle due elettriche, solitamente fisse in formazione.

 

Il timore iniziale di far del male con la loro potenza a questo bozzolo di Cafè c’è, ma la prerogativa di questo locale è sempre la stessa: essere se stessi, senza nascondersi, essere a proprio agio e mostrarsi così come si è.
Perciò le note di “Come out” presentano i Vandemars timidi e sulla difensiva; sono come i motori diesel, si riscaldano scrutando ed esaminando chi hanno davanti.

 

La dimensione a “schiaffo diretto” come questa è emozionante ma anche difficile, proprio per la prerogativa, senza scampo, di saper creare rapida interconnessione con il pubblico, il filo magnetico che intrappola e incolla gli occhi sulla musica.

 

 
E ‘ il testo di “Victim”, il secondo brano, a suggerir loro di aprirsi a ciò che li circonda, a reagire con volontà esplosiva. I Vandemars vogliono che anche tu respiri dalla stessa pancia loro, che il contatto sia il collante che intreccia e non lascia via di scampo.
 

 

A questi alieni basta ben poco per eliminare le barriere di difesa, e ancor meno ad un pubblico attento e partecipe come quello di stasera, sempre all’erta e in tensione continua.

 

 
Serve il caleidoscopio dark a tinte scure di “Colours” per far diventare quella chitarra acustica tagliente e incalzante, e trasformare le bacchette di plastica della batteria in ferro.

 

 
E’ il ciclo dell’acqua quello a cui assistiamo, che da ghiaccio si scioglie gradualmente.
 
Giungono a liquefarsi dolcemente nel sinuoso passo jazz di “One of your dreams” e cominciano a raggiungere i cento gradi nella possessione mediamente isterica della successiva “Body of Silence”
Sembra una loro canzone, tanto è vicina al loro suono,invece è “Venus in furs” dei Velvet Underground, che, in questa versione, possiede il baudelairiano mistero dei giochi esoterici e bramosi nella camera di Jim Morrison.
 
“Moon face” è un incubo trasposto in musica e parole, che porta la loro identità sonora a farsi spazio in modo insinuante.
 

 

Così, adesso, da soffocati, escono fuori con “Glory Box” dei Portishead che, con occhi di lince, lascia il campo alla fluidità sugli strumenti.E’ l’imprecazione all’interno del testo di questa canzone (“Give me a reason to love u”= dammi una ragione per amarti) che sancisce il motivo per cui non si può rimaner loro indifferenti.
 

 

I presenti si chiedono se sono pezzi loro anche queste cover, data l’evidente attitudine a vestirle del proprio abito personale. Trasudano passione color rosso carminio.Calore che si fa incendio.

 

Quella ruvidità di trachea che ti fa contorcere le budella.
“My cage” non le manda a dire, affoga in loop di parole, e con la sua verace voracità ti attrae a sè.

 

 
In “It’s mine it’s yours” sono botte e schiaffi per capire chi deve stare al proprio posto, mentre “Send it”inizia come sbornia scardinata, per sfociare in grido d’allarme d’amore donato, rubato e mai restituito.
 
Si arriva così all’evaporazione finale della prima trance del live set.
 

 

Quest’acqua grondante è catarsi emotiva che idrata, rinfresca, rigenera e brucia la lingua; disseta e sgorga dalle pupille. 
Sono la coscienza dello spazio in cui si muovono e il relazionarsi con i propri interlocutori a fare la differenza della loro pregiatissima stoffa. Le dinamiche tra di loro sono punto di forte saldezza, che allo stesso tempo diviene flessibile capacità di controbilanciare ed assecondare quella voce che stermina il suolo e ti lascia solo ossa.
 
Si riprende con “L.L”: una coperta di lava che si perde in un tantra di parole grunge, mentre in “A Good faker” ce l’hanno coi bugiardi, denunciando le falsità e il male su carne che queste provocano.

 

“Waiting for the drummer” è la melodia nostalgica che ti rimanda all’incazzatura post-adoloscenziale della generazione ’90, una cavalcata sulle dune che prima ti accarezza e poi ti sbatte per terra; sembrano gli Smashing Pumpkins cantati dalla voce di Patti Smith. Vivi e sognanti.

 

 
Pj Harvey viene evocata con le sue “I Can hardly wait“ e “C’mon billy”, dove il cerbiatto rapitrice alla voce conduce i suoi compagni in boschi metropolitani.

 

Questa nuova linfa rende il Deluxeè un club sotterraneo, pulsante di ruggine, nell’America sporca e ossidata di Seattle e San Francisco.Tante le influenze musicali assorbite, che ne creano una diramazione propria, precisa e ben delineata, sia per attitudine che per stesura e struttura dei brani.
 
“Always the same”, con i suoi stacchi, è l’apice di scoprire il piacere con il proprio corpo, con se stessi, l’orgasmo celebrale dell’erotismo autodiretto. “Tic Tac” sembra concludere la serata , una poesia sul tempo e sul suo scorrere, cosa che stasera vorresti non succedesse mai.
La chitarra acustica si inerpica e, con limpida armonia iberica, si fa robusta.
Doppi applausi e addirittura una ragazza, conquistata dai cinque, inscena un tributo ai Vandemars, cantando con loro al microfono.  
L’entusiasmo e la partecipazione li richiamano a darci la buonanotte, e lo fanno con quella “Come Out” che, algida e diffidente all’inizio, adesso viene completamente fuori, pronta a rapirci ,perché lo sentono di aver catturato il pubblico e lo vogliono portar via con loro.

 

 
Finisce così la serata, custodita sul dito poggiato alle labbra, che spirano il silenzio verso questo muro di suono. Una gabbia dalla quale è uscita fuori l’anima.

 

In balia di particelle che si scontrano e impazziscono tra atomi e molecole. Reazioni chimiche e processi fisici. Campi magnetici e reagenti. Vortici e turbinii .

 

Quando la musica si fa alchimia, generatrice di catene visibili, indistruttibili e inossidabili, che ti prendono alle viscere, allo stomaco e non le vuoi digerire.

 

Ti rimangono piantati lì, sull’anima, sul cuore, nel midollo.





Recensione di: Giulio Bartolomei

 

 

Thanks to Cafè Deluxeè

 

I Vandemars sono:
Francesco Bucci-batteria
Gabriele Coppi-chitarre
Francesco Pititto- basso
Stefano Romani: chitarre
Silvia Serrotti: voce

 

 

Set List:
1- Come out
2- Victim
3- Colours
4- One of your dreams
5- Body in silence
6- Venus in furs
7- Moon face
8- Glory box
9- My cage
10-It’s mine it’s yours
11-Send it
12-L.L.
13-A Good faker
14-Second life
15-Waiting for the drummer
16-I can hardly wait
17-C’mon billy
18-Always the same
19-Tic Tac
Encore:
20- Come out

 

Video dal concerto al Cafè Deluxeè:

 

Venus in Furs:

 



Waiting for the drummer:



 

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