Immerso nel suggestivo paesaggio alentejano fatto di pianure quasi desertiche, campi di girasoli, spiagge da favola e casetta bianche, ogni anno si svolge il festival Sudoeste. Giunto ormai alla sua dodicesima edizione, il festival è, per i portoghesi e non, uno degli eventi maggiormente importanti e attesi dell’anno, avendo visto esibirsi in questi anni alcuni tra i nomi più importanti della scena musicale internazionale. Questa è la prima parte del resoconto di questa fantastica cinque-giorni di musica con artisti del calibro di Bjork, Goldfrapp e Chemical Brothers.
Il sei Agosto è il giorno di presentazione, una sorta di riscaldamento per ambientarsi un po’ e prepararsi al vero festival. Giusto il tempo di montare la tenda – cercando uno spazietto tra le migliaia già montate – e via ai primi concerti: Bob Sinclair e Big Ali sono gli incaricati a riscaldare il pubblico festivalante, che pare però più interessato a scoprire le innumerevoli attrazioni di questo festival: bancarelle, improbabili concorsi e gadgets di ogni tipo attirano infatti una folla consistente di curiosi. Mentre i più premurosi tornano alle tende per riguardarsi e tenersi pronti per i grandi concerti del giorno seguente, i più coraggiosi ballano tutta la notte tra i cubi luminosi del palco “Samsung Experience” accompagnati da Full Metal Funk e altri dj.
La mattina dopo i festivalanti scoprono – o ritrovano – le gioie delle spiagge alentejane, così il piccolo paesino di Zambujeira do Mar, abitato quasi esclusivamente da pacifici anziani, viene improvvisamente invaso da una folla scalmanata di giovani portoghesi e non. La spiaggia è stupenda, e aspettare i concerti rilassandosi con un bel bagno nell’oceano ghiacciato o semplicemente prendendo il sole, è quanto di meglio si possa desiderare. Il pomeriggio iniziano i primi concerti: chi come me è alle prese con il suo primo festival, si rende finalmente conto di cosa lo aspetta veramente, e capisce soprattutto che non potrà seguire tutti i concerti, a meno che non sia dotato del dono dell’ubiquità.
Ci sono infatti quattro palchi: il palco principale – il più grande – che ospita gli artisti più conosciuti, i grandi nomi della serata insomma; il palco “Positive Vibes” quasi esclusivamente dedicato al reggae; quello “Planeta Sudoeste”, più piccolo e con gruppi solitamente meno conosciuti; e infine il già citato palco discotecaro dei cubi. I concerti iniziano verso le sette del pomeriggio, più o meno in tutti i palchi contemporaneamente, e vanno avanti per tutta la notte o,nel caso del palco “discotecaro”, fino alla mattina, per cui è bene armarsi del programma dettagliato del festival e fare una (sofferta!) selezione.
La grande protagonista della serata è Bjork, ma ovviamente i grandi nomi si lasciano per ultimi; ad intrattenere il pubblico ci pensa una lunga serie di artisti più o meno conosciuti. Per gli italiani l’appuntamento è alle otto nel palco Planeta Sudoeste , dove il nostro Roy Paci si esibisce in uno show degno di nota. E’vero, all’inizio sotto il palco siamo in pochi, ma un po’ di musica basta a convincere anche i più diffidenti: dopo dieci minuti sono già in tanti a cantare e ballare al ritmo irresistibile del siculo e della sua band. Un’oretta di concerto in cui Roy Paci e gli Aretuska ripercorrono tutti gli ultimi successi – da “Toda joia toda beleza” a “No quiero nada” – riproponendo anche qualche vecchio tormentone come “Viva la vida”. Ne usciamo tutti sfiniti e senza forze, ma con un sorrisone stampato in faccia; Roy e i suoi dimostrano come sempre un’energia pazzesca e un grande amore per la musica.
Poi è la volta dei portoghesi: i padroni di casa Coldfinger e Cla sono ben accolti da un pubblico di fedeli ascoltatori. Sul palco principale appaiono poi dei simpatici ometti vestiti con lunghi abiti colorati e turbanti: sono i Tinariwen, un gruppo africano del Mali, con una lunga storia alle spalle. La loro musica ha il potere di trasportare chiunque verso altre terre, è un mix rilassante di musica popolare, rock, elettronica, che difficilmente si potrebbe identificare in un unico genere, ma che suona decisamente bene.
Verso l’una la piccola islandese salta finalmente fuori, circondata da uno scenario spettacolare fatto di bandierine, luci e tanti tanti colori. Bjork entra in scena sulle note di “Earth Intruders” ed è subito il delirio: la capacità di questa piccola donna di coinvolgere il pubblico è strepitosa, e dentro quel corpicino sembra avere l’energia di mille giganti. Si continua con un pezzo dopo l’altro: “Army of Me” e “Hope” sono solo alcuni tra i tanti successi che Bjork ha proposto al suo pubblico, a cui non perdeva occasione di manifestare la sua riconoscenza con i suoi acutissimi “Obrrrrrrrrigado!” (grazie). Se in un primo momento il concerto era sembrato tutto sommato abbastanza tranquillo, ci si è dovuti abbondantemente ricredere con la seconda parte dello show. Dopo una tranquillissima “Hope” accompagnata dall’africano Toumani Diabatè e dal suo fantastico strumento a corda, inizia il delirio totale. Il palco si trasforma in una pista da ballo, le luci colorate sono ovunque, così come i coriandoli e i palloncini che vengono lanciati sul pubblico; il ritmo si è fatto incalzante, esplosivo, stare fermi è ormai impossibile. Accompagnata dai “Wonderbrass” Bjork dà il meglio di sé nell’energica “Anchor Song” e chiude poi le danze con “Declare Indipendence”.
Lo spettacolo è finito e non ci sono dubbi: Bjork non ha deluso le aspettative di nessuno, dimostrandosi un’artista nel vero senso del termine.
E’il secondo giorno ufficiale di festival: dopo un po’ di riposo e un’altra giornata di mare ci si prepara per i grandi concerti, oggi la serata è all’insegna dell’elettronica. Si inizia con qualcosa di più soft, nel palco principale a preparare il pubblico c’è la portoghese Rita Red Shoes, già conosciuta come tastierista di David Fonseca, ed ora ai primi passi di una carriera solista con l’album “Golden Era”. Il suo è un pop arricchito da varie contaminazioni, tranquillo e abbastanza piacevole, nel complesso il live non regala però niente di particolarmente emozionante.
E’ancora una donna a seguirla nel grande palco, si tratta di Yael Naim, la cantautrice franco-israeliana che ha conquistato il grande pubblico con il suo “na na na na na na” e con il simpatico videoclip. Anche il suo è un concerto abbastanza tranquillo, canta alcuni pezzi in inglese, altri in francese e parla sempre in francese con il pubblico. Tutto sommato è un personaggio simpatico, con la sua chitarra e la sua voce riesce a intrattenere la folla per un’oretta buona. Chi invece la folla la fa scaldare è il nostrano Alboroise, che si esibisce nel palco Positive Vibes. Per chi non sapesse di chi stia parlando, vi ricordate dei cari vecchi Reggae National Tickets? Ecco, vi ricordate ora il rastone Stena? Da tempo vive in Giamaica, è diventato un rastafari per eccellenza, e produce musica da solista. E così mentre in Italia poco o niente si parla di questo personaggio, nel mondo del reggae Alboroise è amato e rispettato, tanto che sotto il palco centinaia di persone cantavano i suoi pezzi, ballavano e saltavano a tempo di reggae. E bravo Stena!
Si ritorna al palco principale, gli artisti oggi sono tanti e prima del gran finale con gli attesissimi Chemical Brothers, c’è un’altra band elettronica a sondare il palco, sono i Goldfrapp. Alison Goldfrapp e la sua band sembrano venuti da un altro pianeta, circondati da corna di alci e nastri colorati ci immergono in un’atmosfera quasi fatata, mentre la cantante , con i suoi riccioli d’oro e il suo vestitino rosa, danza a piedi nudo per tutto il palco. Ad accompagnarla sono suoni elettronici con note di folk e pop, tra pezzi già noti ma anche molti inediti del nuovo disco “Seventh Tree”.
Il pubblico è ormai impaziente, a mezz’ora dall’inizio del concerto è già quasi impossibile trovare un posticino in mezzo alla folla, tutti li vogliono, tutti li aspettano, e i Chemical Brothers non si fanno aspettare oltre. Bastano due note a provocare la fine del mondo, il primo pezzo infatti è nientemeno che “Galvanize”. Tom Rowlands e Ed Simons sono due ombre misteriose dietro le loro imponenti macchine, creano e suonano, mentre alle loro spalle un mega schermo proietta deliri di immagini da cui è impossibile staccare gli occhi: robot e joker giganti, macchie colorate e strani reticoli ti portano dentro la loro musica. Siamo tutti dentro e non possiamo più uscirne, almeno per due ore. Sono due ore intense, senza sosta, con migliaia di persone che ballano e si godono lo spettacolo quasi increduli. I pezzi storici ci sono tutti: “Hey boy, hey girl” – mixata perfettamente a “Get yourself high” – “Do it Again”, “Believe” e tante altre. I due fantasmi econo fuori soltanto per un minuto, ringraziano con un cenno, e vanno via, avvolti nel mistero.
RECENSIONE DI: Francesca Girau
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Bjork “Hope”
Goldfrapp “Oh la la”
The Chemical Brothers “Do it again”
























