Vado al Circolo degli Artisti verso le nove e mezza, ora designata d’ingresso per il live set de Le Luci della Centrale Elettrica, il progetto canoro di Vasco Brondi. Devo girare parecchio prima di poter trovare parcheggio: buon segno, in genere questo significa sold out.
Del resto la serata era annunciata da tempo anche se con una cartellonistica in stile minimale, priva di foto ed orari a caratteri giganti, ma riportante un brano tratto dal myspace di Vasco, un mix di pensieri e rigurgiti mentali intimistici per una decina di righe capaci di far capitolare chiunque.
Non credo di aver mai visto altri gruppi sfornare locandine di questo tipo per invitare il pubblico ad andare ad un loro concerto! Ma non mi sorprendo, perché tutto in questo progetto suona inedito, tutto desta curiosità: il linguaggio delle canzoni, convulso in simboli e rimandi continui a cui fatichi a stare dietro, la semplicità con cui Vasco spara in faccia a chi l’ascolta tutto il degrado della provincia (e non solo) in cui sono costretti i giovani degli anni ’00, l’ironia che permea ogni brano del suo disco.
Al mio arrivo trovo il Circolo colorato soltanto dalla tifoseria turca alle prese con la partita degli europei. Provo a entrare nella sala e c’è pochissima gente: dal backstage esce Vasco, va verso il bancone, lo riconosciamo in due, io e una ragazza che gli si avvicina e gli regala un libro intitolato “De Vita Agreste”.
“E’ già un mito col suo stuolo di ragazzine attorno” mi viene da pensare…e intanto esco per comprare le sigarette circondato dal tripudio turco per la vittoria sulla Svizzera, in preda all’attesa per il concerto e con l’impressione positiva che mi ha lasciato la spontaneità e la disponibilità di Vasco, che mi è sembrato essere lì più per assistere a un concerto che per esserne il protagonista.
Al mio ritorno la sala è piena. Ragazzi è un sold out, non me l’aspettavo. Di mercoledì sera, con la partita degli europei, con quella locandina a far pubblicità. Il primo colpo è assestato, adesso sentiamo come suona l’album dal vivo. Vasco siede con la chitarra acustica in mano, affianco a sé Giorgio Canali con la chitarra elettrica. Bastano loro due, il loro affiatamento lo si percepisce subito. La chitarra di Giorgio sa quando fermarsi e quando accelerare, quando lasciare sola la voce di Vasco a sussurrare i suoi versi come quando accompagnare i suoi urli rabbiosi. Il concerto si apre con una successione no stop dei pezzi dell’album “Canzoni da spiaggia deturpata”, è un unico lungo viaggio dove ogni episodio si caratterizza per alcune frasi che colpiscono particolarmente.. “Invidiare le ciminiere perché han sempre da fumare”, “quando strattonavamo il mare dove andavamo a farci male”, “Portami a bere dalle pozzanghere”, “Siamo l’esercito del Sert”, “Che cosa racconteremo, ai figli che non avremo, di questi cazzo di anni zero?” alcune tra le lyrics urlate a perdifiato e riecheggianti in un’ora di esibizione. E tra una canzone a l’altra le battute ironiche del logorroico Vasco, che introduce la hit “Per combattere l’acne” come “il prossimo singolo dell’estate”. E che congeda il pubblico dicendo: “Siete proprio bella gente.. peccato tagliarvi le gambe con quest’ultima canzone”, e parte “Produzioni seriali di cieli stellati”.
Il concerto si conclude però con il refrain di Rino Gaetano su “Nei garage a Milano Nord” con la lyrics “chi muore a lavoro” ripetuta all’ossessione, tra gli applausi e le urla “Bravo” dei presenti, veramente sincere. Del resto è un pubblico composito quello che mi circonda, ragazzi e ragazze che s’identificano con quei testi così claustrofobici e introspettivi tanto da impararli a memoria (e non è facile) per poi cantarli e urlarli insieme a Vasco quasi stessimo celebrando un rito catartico collettivo. Esorcizzare il degrado con l’ironia. Chissà, forse funziona.
Sicuramente funziona questo prodotto musicale tanto da sembrare quasi atteso da quella generazione che fa fatica a riconoscersi nelle sonorità e nei testi classici della musica pop italiana.
Il concerto è finito, la voglia di proseguire ad ascoltare è ancora palpabile, la sala si svuota. Vado nel backstage per fare quattro chiacchiere con Vasco. Non un intervista, non ne sarei capace. Ma ho una curiosità su tutte: cercare di capire come è possibile, dopo un demo autoprodotto ed un album uscito da appena un mese e mezzo, con un live set di sole due persone, riuscire a fare sold out a Roma e Milano, avere avuto copertine su tutte le riviste musicali, recensioni lusinghiere su Mucchio Selvaggio, Rumore, Blow up, insomma, tutto il gotha italiano della musica scritta.
Incrocio lo sguardo dolcissimo di Giorgio Canali davanti alla porta del backstage e gli chiedo se posso fare qualche domanda a Vasco. Lo trovo mentre parla del suo omonimo più celebre con quelli di “Mucchio Selvaggio”. Ha negli occhi un mix di entusiasmo e adrenalina che per un attimo mi viene da pensare a un liceale che ha appena passato l’esame di maturità. E c’è anche un pizzico di emozione mentre parla.
Mi complimento per la performance live. Veramente suggestiva e coinvolgente. Gli chiedo se avverte qualcosa che cresce attorno a lui, un certo movimento che si sta creando; la risposta che ricevo è “Sì, ma cerco di non pensarci, di stare sempre coi piedi per terra”. Gli dico che vado spesso al Circolo, in genere c’è poca gente ai concerti del mercoledì, stavolta era pienissimo. Abbozza un sorriso.. “Anche a Milano è andata molto bene, il C.S.O.A. Magnolia era esaurito, lì c’è molta attenzione verso le nuove sperimentazioni, il pubblico cantava così forte le mie canzoni che alcuni amici mi hanno detto di non riuscire nemmeno a sentirmi..”
Gli chiedo da dove nasce un linguaggio così particolare. Vasco mi risponde che le sue canzoni le ha scritte nella sua stanza come se dovesse suonarle tra amici o al massimo nei locali di Ferrara, certo, sapeva che per il primo album avrebbe poi fatto dei concerti, ma non si aspettava questa resa verso il pubblico. “Queste sono le uniche canzoni che potrei scrivere, è quello che sento, non potrei dire altre cose”. Mentre parliamo una sua amica ci riprende: tutto è molto familiare attorno a lui, c’è il clima giusto per costruire qualcosa d’importante, glielo dico e ci abbandoniamo a gesti scaramantici.
Per un attimo paragono la resa dei suoi testi, tanto pervasiva da provocare quasi un dolore/piacere fisico a chi li ascolta, ad Unkown Pleasure dei Joy Division, ma le influenze del giovane autore ferrarese sono altre, e risiedono nella sua terra, l’ Emilia di Guccini, Vasco, Claudio Lolli e dei CCCP per intenderci. Ci congediamo..Vasco toglie la maglietta nera per indossare una normalissima camicia verde e gettarsi, ventenne tra i ventenni, nella sala del Circolo a gustarsi, stavolta tra il pubblico, lo spettacolo successivo.
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