Lou Reeddimostra che con l'ardore e un progetto innovativo, ma carico di memoria e passione, si possono donare 2 ore memorabili di cultura al mondo.
Memorabile evento artistico.
L'allestimento apparentemente perfetto e organizzato, svela in realtà diversi problemi a causa dei troppi, forse, poco ben intenzionati che preferiscono intralciare visuale e invitati pur di apparire nel maxi schermo che sovrasta la piazza del parco della Pellerina.
Siamo al Traffic Free Festival di Torino, l'unica manifestazione musicale italiana degna di merito a livello internazionale ed interamente gratuita.
La capitale "gemellata" virtualmente e filo conduttore dell'edizione dell'anno scorso era stata Amsterdam, quest'anno Berlino.
E chi meglio di lui poteva esibirsi e rendere omaggio a tale città, tanto menzionata in opere cinematografiche e letterarie, quanto preda di modernità e malinconie, sempre all'avanguardia dai primi anni '60?
Lou Reed re-interpreta "Berlin" il capolavoro del 1973, l'opera monotematica che narra la drammatica e romantica insieme storia d'amore di due giovani alle prese con amore, passione, paternità, responsabilità e problemi.
Uno dei dischi che hanno fatto la storia del rock contemporaneo, riproposto in chiave moderna e teatrale.
L'allestimento creato dal recente premio a Cannes Julian Schnabel, scenograficamente perfetto e mai troppo eccessivo, creato ad arte per incentrare sulla musica l'attenzione della migliaia di persone accorse da diverse parti d'Italia, per assistere ad una delle 7 tappe italiane del tour di Lou Reed; la musica come protagonista.
L'intera tracklist dell'album riproposta fedelmente, con in più un finale più leggero nel bis donato e tanto richiesto dagli spettatori: "Sweet Jane", "Satellite of Love" e la celeberrima "Walk on the wild side".
Suoni che rievocano decenni ormai lontani, parole e pensieri sempre attuali, entusiasmo sempre crescente e passioni mai sopite nè cambiate. Una trentina di artisti di vario genere presenti sul palco, dai collaboratori di vecchia data come Fernando Saunders al basso e Tony Smith alla batteria, supportati da Katie Krykant apprezzatissima vocalist, dal New London Children’s Choir (ragazzini biondissimi e dotati di una voce celestiale, che conttrastano ad arte la tematicha triste e dolorosa dell'intero album) e un estratto della London Metropolitan Orchestra, e ancora Steve Hunter alla chitarra solista (chitarrista di Alice Cooper, di Berlin e del tour di Rock’n’Roll Animal) e Bob Ezrin il geniale produttore che prende le redini della direzione artistica vicino al mixer.
Sembra che Lou Reed sia l'autore-registra-ditettore di questa enorme orchestra che interpreta la sua opera, quasi come se vivesse in prima persona il suo spettacolo in maniera più matura e distaccatamente partecipe rispetto agli anni della creazione, come un direttore dei lavori, appunto.
Suoni perfetti, magicamente armonizzati e calibrati, voci soavi miste a dure tematiche, rock duro che si scioglie nell'amore della storia che celebra, entusiasmo nelle schitarrate possenti, nelle vibrazioni magiche dei piatti, il tutto mescolato abilmente a malinconia e passione; il tutto a incoronare uno dei migliori concerti del momento, un'esibizione che si avvale di presenze fondamentali della storia del rock mondiale e che funge quasi da testimonianza educativa per giovani avventori e curiosi; la magia delle note che si mescolano alle storie da raccontare, un perfetto esempio di fusione di più arti insieme.
Lou Reed alimenta le piazze, dimostrando che con l'ardore e un progetto innovativo ma carico di memoria e passione, si possono donare 2 ore memorabili di cultura al mondo, come ancora in pochi sono in grado di fare, come lui.
Articolo di: Ilaria Rebecchi
























