In Italia era da parecchio tempo che non appariva un gruppo capace di unire con equilibrio influenze pop rock d'oltreoceano, british style e cantautorato italiano di gran classe. I Baustelle sono riusciti a fare tutto questo, ma soprattutto a fare la cosa più importante: non essere nient'altro di diverso da quello che dovevano essere: semplicemente i Baustelle.
La mia conoscenza dei Baustelle era scarsa e frammentaria, si limitava all'ascolto di qualche mp3 sparso dai loro primi due album (Sussidiario illustrato della giovinezza, Baracca e burattini/Edel 2000 e La moda del lento, autoprodotto in collaborazione con Bmg e distribuito da Venus) entrambi largamente e generosamente celebrati dalla critica nostrana. Per questa ragione, in seguito all'ultima ondata Baustelle, che proprio in questi giorni hanno pubblicato il loro ultimo osannato disco La malavita, per Atlantic, non ho esitato a impadronirmi del disco e finalmente dei due precedenti, prima di fiondarmi al concerto del 3 novembre all'Hiroshima mon amour di Torino, salutato in città come l'evento musicale dell'anno.
Ho scoperto così che i fan dei Baustelle sono già molti di più di quelli che mi sarei aspettato. Osservando la piccola folla radunata all' Hiroshima, mi è tornato in mente quello che accadeva per i Marlene Kuntz sette anni fa, quando all'alba del terzo disco (Ho ucciso paranoia, ndr.) la maggior parte dei presenti ai concerti restavano i fedelissimi della prima ora, anche se il destino della band era ormai chiaramente votato alle alte sfere e a un pubblico più vasto. Ai puri questo terzo disco sembra già un'eccessiva concessione al mercato. Forse perché la qualità del suono, la tecnica e la maturità stilistica hanno raggiunto tutt'altre vette rispetto ai precedenti, tanto da generare quasi un senso raggelante di “troppo perfetto� (ma questo è un problema con la qualità che l'underground italiano dovrebbe imparare a risolversi). Forse perché l'album è colpevole di aver dato alla luce La guerra è finita, un singolo struggente e bellissimo, molto, troppo apprezzato dalle radio e dalla tv.
Fatto sta che in verità i Baustelle suonano benissimo, hanno canzoni da grido e un imprinting, soprattutto vocale, inconfondibile. E tutto il resto è noia.
Lo hanno dimostrato anche giovedì sera, regalando al pubblico di Torinese un live preciso e di classe, nonostante la pessima acustica a cui ormai Hiroshima ci ha abituati. La band Senese ha concesso molto spazio ai brani dell'ultimo album, intrisi di dolore e pallida ironia, e pieni zeppi di illustri riferimenti, da Konrad a Poe, dal poliziesco italiano anni '80 a De Andrè. Il tutto portato senza affettazione e con grande naturalezza. Ma anche i detrattori sono stati accontentati, perchè i Baustelle non hanno lesinato sui vecchi brani, due su tutti, bellissimi, L'arrivo dello ye ye, in apertura e La canzone del riformatorio, in chiusura.
Certo, se un appunto si può fare ai Baustelle, èdi non essere campioni di passionalià . Il pubblico torinese sembrava quasi caldo in confronto ed è tutto dire. La band ha dimostrato di tenere alla cura del dettaglio, anche in live, in maniera forse eccessiva, tanto da rasentare l'algidità di un'esecuzione cosÃìstudiata da non lasciare spazio a improvvisazione e colpi di testa. L'effetto collaterale, quando una band si comporta così, è che hai la sensazione che in sala potresti anche non esserci e loro tanto suonerebbero nella stessa identica maniera.
E' per questo che il giudizio più diffuso, a fine concerto è stato: Freddini, però bravi. E di quel però bravi i Baustelle devono ringraziare l'amore incondizionato da totem che per ora sono riusciti a portarsi dietro. Nessuno ha veramente voglia di parlare male dei Baustelle in questo momento, e in fondo, non ce n'è motivo.
Un consiglio: meglio non approfittarne, la gente si stufa presto.
Però bravi, si. Molto.
Presenti illustri in sala: Gigi e Cristiano dei Perturbazione e i Delta V.
Articolo di Matteo De Simone _Torino
























