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La strada di Cormac McCharthy

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 La letteratura è piena zeppa di esempi ed esercizi narrativi che si svolgono sullo sfondo di un mondo alla deriva, ormai devastato. Io stesso avrei scommesso che quel momento ce lo fossimo immaginato da ogni angolazione possibile, che avessimo sviscerato ogni possibile emozione e catastrofismo, che avessimo indagato ogni dietrologia possibile.

 

Davvero, era davvero possibile credere d’aver letto tutto, o di averne sentito parlare a sufficienza (“come con la storia di un invasione aliena” mi  è capitato di sentire da un'intervista impossibile, e la voce era quella di Italo Calvino). 

Poi a un certo punto arriva un signore che vive nel New Mexico, classe 1933. Ti dicono che questo signore ha vinto il Pulitzer con un romanzo che si chiama La strada, e dici perché no, facciamo questo sforzo. 

Allora capisci. Bastano le prime trenta pagine per farti capire quanto sei stato stupido, e con quanti pregiudizi malati la tua gretta mente (che tu credi giovane, vitale e piena di idee) deve ancora fare i conti. Riprendi la lettura e non pensi più a niente. 

La strada è un romanzo, poema, che in qualche passaggio sconfina nell’oscuro mondo della poesia. Sfugge alle classificazioni solite perché la scrittura di McCharty è fluida, mai banale, con un uso della punteggiatura del tutto personale. La storia è angosciante, per carità, duecento pagine di viaggio a piedi verso il sud di un’America annientata, in cui padre e figlio che trascinano un vecchio e scassato carrello della spesa devono fare i conti con la nostalgia per un mondo che ormai è svanito e per le persone che lo abitavano. Devono fare i conti con la fame e con i più banali bisogni fisiologici. Devono fare i conti con orde di superstiti armati e devono, loro malgrado, rinunciare alla carità, alla sorpresa e alla meraviglia. 

I colori del romanzo sono il bianco della neve, il grigio della cenere, il nero cupo di una notte che non verrà mai più illuminata. Chi dice che i protagonisti rimangono chiusi in loro stessi e la loro psiche non si muove d’un passo ha ragione, ma questo non è un male. Le personalità di queste persone sono immobili proprio come il mondo in cui devono sopravvivere, percorrendo una strada in un viaggio che assomiglia più a una fuga dall’ignoto verso un futuro che non potrà esistere mai più. 

Non c’è salvezza, mai. 

Questo è un romanzo coraggioso, sconsigliato caldamente ai lettori della letteratura culinaria di questi tempi, cultori del lieto fine. 

 

In tre righe? Non c’è salvezza, mai

 

Voto:9

 

Parole di Matteo Trevisani

 

 

La Strada 

  

Autore: Cormac McCharthy

Einaudi – pp.gg 218  – euro 20- 2007

 

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Ultimo aggiornamento ( Domenica 30 Maggio 2010 17:59 )  

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