Gli anni del liceo erano stati una ferita aperta, che a Mattia e Alice era sembrata così profonda da non potersi mai rimarginare. C’erano passati attraverso in apnea, lui rifiutando il mondo e lei sentendosi rifiutata dal mondo, e si erano accorti che non faceva poi una gran differenza.
La solitudine dei numeri primi
Autore: Paolo Giordano
Mondadori – pp. 315 – euro 18.00 – 2008
Nello spazio rarefatto e terso fra le pagine, le righe, le parole, si dispongono in perfetta asimmetria le solitudini di Alice e di Mattia, bambini poi adolescenti e infine adulti. Ma il cerchio di quella orrifica, buia e inafferrabile condizione dello spirito si allarga, e le solitudini si scoprono tante quanti sono i personaggi, e oltre. Come nella catena dei numeri naturali, ci sono i numeri primi, divisibili solo per uno e per sé stessi, diversi dagli altri anche se uguali agli altri, e ci sono quelli ancora più speciali e diversi, uniti in coppie sempre più rare nella catena infinita: i primi gemelli, vicini ma capaci neppure di sfiorarsi.
Nel gioco perverso dei rapporti umani, nell’imbroglio delle relazioni sociali, a fare la solitudine è la distanza smisurata fra sé e il resto del mondo. A fare la distanza è la diversità, l’incapacità a costruirsi via via due binari di normalità sui quali camminare andando sempre dritto. Ma quale sia il tocco che nel venire al mondo imprime ad alcuni il segno dell’irriducibilità alla massa che brulica attorno, impossibile dirlo. Gli eventi che come macigni schiacciano (ma lasciando l’oltraggio della vita) l’infanzia, quando a malapena sopporti lo stillicidio delle mezze frasi, delle occhiate, delle manovre pietose, o la famiglia, per quanto prima origine della certezza che si sarebbe potuti essere tanto migliori, per quanto causa di turbolenze e dolori e sensi di colpa, non fanno altro che scoperchiare in maniera maldestra e definitiva quel tappo già spanato che tiene dentro la materia liquida e trasparente che chiamiamo solitudine, che evaporando stilla un sottile, diffuso, persistente dolore.
Mattia abbandona nel parco la sorella gemella Michela, ritardata, per non presentarsi con lei alla festa di compleanno del compagno di classe, e quando torna non c’è più: scomparsa per colpa della prima e unica concessione al desiderio di essere uguali agli altri. Alice, costretta dal padre a provarsi nello sci, ogni mattina si fa la pipì addosso. Un giorno si separa dai compagni e finisce a fondo valle spezzandosi una gamba che la lascerà claudicante. Si incontrano al liceo, lui autolesionista, lei anoressica, costruendosi un’amicizia difettosa e asimmetrica, fatta di lunghe assenze e di molto silenzio, uno spazio vuoto e pulito in cui entrambi potevano tornare a respirare (…). Nel corso degli anni sono tenuti insieme da un’attrazione elastica che vibra anche nell’assenza, e le loro esistenze parallele si svolgono in uno spazio tanto vuoto e pulito da essere in realtà asettico, e il sentore di formalina impregna tutto il libro. Il biancore sprigiona in eccesso da pagine che raccontano due abissi di solitudine e un grumo organico di sofferenza fermo nello stomaco, sporco come la caramella che una bulletta struscia per tutto il bagno delle femmine prima che Alice sia costretta a ingoiarla. Ma così è, la solitudine dei numeri primi: matematica perfezione delle forme, silenzioso scorrere della fila di una mensa universitaria in un imprecisato Nord Europa, le ossa appuntite del bacino, profilo impercettibile, quasi inesistente. Sottrazione poiché tutto è vano e superfluo, privazione perché quel che disperatamente manca (quand’anche si sappia cosa manca) non arriva.
A un millimetro dalla superficie epidermica di Alice e Mattia, però, il bianco di clinica privata s’imbratta del sangue che c’è sotto. Il movimento impacciato, il balbettio, cedono il passo alla volontà di agire spietati, di sorvegliarsi e punirsi come gli aguzzini di sé stessi. Sentire gli spasmi della fame, scorticare la pelle con le unghie, tenere il palmo della mano sulle fiammelle blu del fornello, per accertarsi che si è vivi ancora e si ha pur sempre il diritto di decidere che farne della propria carne, o per trasformare quel dolore gassoso, inconsistente e freddo, in sensazione reale, tiepida, persino visibile nei tagli, nelle bruciature e nelle croste.
Eppure, sono solo dei particolari banali, degli stupidi equivoci a separare le solitudini di Mattia e Alice. Lei ci prova, fa il primo passo, ma poi si ferma davanti a lui, insieme a lui davanti al baratro delle cose comuni. Il fatto è che certi esseri speciali, diversi, proprio non s’immaginano seduti al tavolo di un ristorante a dirsi “Buono…?”, “Buonissimo”, a guardare estasiati la prima cacca sul primo pannolino del primo figlio.
L’antidoto alla solitudine si chiama “normalità”, esiste ma funziona solo se si accetta di assumerlo quotidianamente.
Voto 8
In tre righe? Un romanzo “puro”. Sembra si sia scritto da solo, si consuma in un pomeriggio e si consiglia ad amici e parenti. Può avere effetti indesiderati.
Parole di Myriam Pettinato
























