La scrittura è una coltellata». Sarebbe difficile trovare metafora più appropriata, per definire quella di Nicolai Lilin nel romanzo d’esordio Educazione siberiana.
Educazione siberiana
Autore:Nicolai Lilin
Einaudi- pp.gg 343- euro 20,00- 2009
Somiglia a una coltellata lo stile imperfetto ma incisivo e netto, ne lascia gli effetti il racconto che vede protagonisti picche, spranghe, tirapugni, ed è uno squarcio quello che provoca al sistema di valori su cui si fonda il concetto di moralità più largamente condiviso. Educazione siberiana costringe a spostare, a ridefinire i limiti tracciati dal senso comune per stabilire cosa siano il bene e il male, purezza e immoralità, vita e morte, giustizia e sopruso.
Facciamo un passo indietro. Nicolai Lilin è autore del romanzo e protagonista: ha vissuto sulla propria pelle (e, di nuovo, la metafora non è casuale, essendo egli tatuatore) tutto ciò che racconta in prima persona. Nella cornice narrativa che lo vede, diciottenne, adempiere al servizio militare combattendo la guerra in Cecenia come sabotatore, vengono fuori da un sistema di scatole cinesi le storie vissute o ascoltate durante la sua infanzia e la prima giovinezza. Sono per la maggior parte storie di violenza estrema, ma codificata, regolata, mai gratuita. Tutto, dalla rapina all’omicidio, risponde a un preciso codice etico, rispecchia e mantiene un saldo senso di giustizia: è la criminalità siberiana “onesta”.
Il romanzo è innanzitutto il pretesto che Lilin usa per raccontare e fermare sulla carta la realtà di cui è figlio e testimone: la tradizione degli Urca siberiani. “Educazione siberiana” è il nome che la comunità giunta dalla Taiga ha ricevuto dagli altri gruppi etnici e criminali con cui avevano condiviso la stessa sorte, di essere stati deportati dal regime comunista in Transnistria, una striscia di terra fra Moldavia e Ucraina, autoproclamatasi stato indipendente nel 1990, ma non riconosciuto ufficialmente da nessun governo. L’“educazione siberiana”, però, è anche quella che il protagonista riceve dagli adulti e in particolare dagli anziani, attraverso i racconti e l’esempio, perché impari a uccidere e ad avere rispetto della vita, perché apprenda il coraggio, l’amicizia, il senso della comunità, l’integrità morale, il rispetto della tradizione che si fonda sull’ostinata difesa della libertà. Fedeli soltanto alle icone ortodosse e alle armi che venerano sulla stessa parete, gli Urca vivono rapinando banche così come un tempo depredavano le carovane provenienti dalla Cina o dall’India, o i convogli russi. Un carattere indomito il loro, insofferente di leggi o di governi estranei alla comunità, incontenibile nelle griglie dell’economia statale, un carattere che sarebbe piaciuto a Tacito. Soprattutto nella prima parte del libro, quasi riecheggia la Germania: sarà per via dell’aspra regione geografica di cui si legge, o del taglio didascalico che rassomiglia alcune parti a un trattatello etnografico, o per quell’orgoglio delle proprie tradizioni che l’autore latino tanto invidiava ai “barbari”.
Al di là di ogni ardito paragone, nell’italiano incerto che a volte si fa troppo esatto e a volte addirittura epico, scelto da Lilin per raccontare la sua storia, spiccano l’esigenza di verità, la semplicità e quasi l’ingenuità nel raccontare una cultura sconosciuta e spesso sconcertante. E fra ossa rotte e sangue copioso, fluisce una dose di umanità e di sensibilità davvero spiazzante per chi crede che esista un modo giusto e uno sbagliato di stare al mondo, o di guardarlo.
Voto:8
In tre righe?«Tono poetico, contenuto ortodosso: da vero siberiano».
Parole di Myriam Pettinato
























