
Rileggere Joyce oggi: questa frase dovrebbe essere intesa come un imperativo categorico, inteso nell'assoluto del suo valore morale. Si può intendere L'Ulisse Joyce come l'ultimo saldo appiglio a una letteratura che da allora ha iniziato il suo instancabile declino, quasi fosse una pallina su un piano inclinato che per forza di inerzia scende dalle vette raggiunte dalla produzione jouyciana alle paludi delle produzioni culinarie contemporanee?
Enrique Vila-Matas lo intende così.
Dublinesque è un libro eroico, coraggiosissimo per il valore letterario e per i concetti che esprime. Samuel Riba, il protagonista, è un editore ormai in pensione la cui casa editrice è fallita qualche anno addietro. Si ritrova con l'aver mancato il sogno della sua vita (scovare e pubblicare uno scrittore con un talento genuino), un'assopita dipendenza dall'alcol, l'idea (che rimarrà tale) di una New York liberatrice, un fragile matrimonio e una connessione internet in cui affoga in ogni ora del giorno e della notte.
No, non è rimasto solo quello. C'è ancora un'ultima intenzione, tanto lugubre quanto necessaria: serve un'orazione funebre all'era Gutemberg, un funerale da celebrare con poche persone che sintetizzi e collochi nel tempo e nello spazio la fine di qualcosa in cui il protagonista aveva creduto. Quale altro posto scegliere se non la piovosa Dublino nel giorno del Bloomsday?
Suggestioni beckettiane e un'altissima conoscenza della letteratura mondiale si fondono in un libro denso e difficile da digerire, volutamente complicato. Il romanzo non strizza mai l'occhio al lettore, anzi, molti passi sono da rileggere a fatica, tutti con una copia dell'Ulisse affianco, aperta al capitolo 7.
Dublinesque in fin dei conti è la storia di una ricerca impossibile, è la stasi perfetta e immobile tra la necessità di trovare una risposta e la paura delle conseguenze di questa. È la storia dell'avventurarsi dentro sé stessi seguendo le tracce di Joyce, come se leggere l'Ulisse incida profondi solchi nella coscienza di tutti, con la consapevolezza che arrivare al nocciolo duro della questione sarà per sempre impossibile. È il geniale racconto di una sconfitta, che però, in un modo lento, a tratti farraginoso e pesante, assomiglia, pagina dopo pagina, all'unica vittoria possibile, quella dell'illusione letteraria.
« In un momento in cui il cnetro della vita di Riba è divenuto il mare d'Irlanda, si dà la circostanza – è la mia modesta opinione – che da punto di vista della narrazione, supponendo che qualcuno volesse raccontare ciò che sta succedendo proprio ora – ora che, in realtà, in questo preciso istante, non succede nulla -, il tema si confonda con l'azione, e l'azione e il tema diventino una cosa sola, che si potrebbe, peraltro, riassumere molto facilmente e che non dà luogo a grandi riflessioni, a meno che non ci si voglia dilungare sulla proverbiale fame umana dall'inizio dei tempi.
Azione e tema: la necesità di trovare, quanto prima, un ristorante. »
In tre righe? Dublinesque non è un libro per tutti, ci vuole tempo e coraggio, per farsi piacere un libro così.
Voto: 9
Parole di Matteo Trevisani
Dublinesque
Autore: Enrique Vila-Matas
Feltrinelli- pp.gg. 246- 18 €- 2010
























