Si può prendere una cittadina di provincia come San Benedetto del Tronto e usarla come metro di paragone, come “gruppo di controllo” per verificare gli effetti prodotti sull’Italia intera da un decennio particolare, quello degli anni ’80?
Silvia Ballestra ci ha provato.
I giorni della rotonda
Autore: Silvia Ballestra
Rizzoli - pp. 375 - 18,50 €- 2009
Prima di iniziare mi trovo costretto a una precisazione, a “mettere le mani avanti”.
Mi sono chiesto a lungo se fosse davvero il caso che io, sambenedettese doc, debba scrivere una recensione che parla della mia città, dei luoghi che vedo ogni volta che torno a casa, dei nomi di persone che sono come echi lontani, ascoltati nel sogno, o in un qualche pomeriggio assolato su uno scoglio del litorale. Non sono riuscito a darmi una risposta oggettiva.
Da un lato credo che sì, alla fine le cose di cui il libro parla io le conosco, e siccome le conosco posso giudicarle, perché le ho vissute sulla pelle, perché me le hanno raccontate. Dall’altro lato mi dico che, seppur cercando di allontanarmi dal bieco campanilismo, forse sono la persona meno adatta, perché mi manca quell’importantissimo filtro di lucidità, di distacco che ho quando mi trovo a parlare della prosa di qualche scrittore americano semi sconosciuto ai più.
Questa recensione nasce all’incontro di queste due forze, di queste due volontà. Cercherò quindi di essere il più lucido possibile, forse perderò in virtuosismo, ma alla fine il giudizio dimostrerà effettivamente quello che penso del libro.
I giorni della Rotonda è un romanzo di formazione in cui tre storie diverse si accavallano e si giustappongono, quasi come riflessi di una stessa luce in un periodo di tempo ben preciso.
Il naufragio del Rodi, l’arrivo nella pubblica piazza dell’eroina, lo scappare dalla provincia. Questi sono i tre temi fondamentali, a cui, in sottotrama si aggiungono: il problema dell’obiezione di coscienza, il contratto nazionale della pesca, le brigate rosse e l’assassinio ingiustificato di Roberto Peci, la lotta politica sociale, l’amicizia e l’amore in provincia.
Un bel calderone, senza dubbio. A parer mio c’è stata, in Italia, una sorta di rimozione degli anni ’80. Dice Emidio Girolami, storico libraio della città intervistato da adnkronos: “La verità è che da noi c’è ancora l’epopea di quel periodo sul quale non è stata fatta una ricostruzione storica. E così si tende ancora a romanzare”. Completamente d’accordo. Manca in effetti uno studio sociologico accurato sulla società, sulla cultura e sulla politica di quel periodo. Credo che ancora aleggi una profonda confusione. Sicuramente I giorni della Rotonda non riempie questa lacuna, ma intanto, è questo l’intento della scrittrice, è necessario ricominciare a parlarne, perché parlando e raccontando si può provare a curare certe ferite che ancora non si sono rimarginate. Ecco, le storie che la Ballestra racconta sono le cicatrici sul corpo di un’Italia agonizzante, nel massimo splendore dell’individualismo degli anni ’80. Ora la Rotonda è cambiata, San Benedetto del Tronto in qualche modo (almeno in superficie) è stata ripulita, l’Italia intera è andata avanti, ha chiuso gli occhi e si è tappata il naso. Ma certe cose non sono ancora passate, e chi legge il libro da un punto di vista strettamente di studio, critico, in un certo senso, troverà un lucido racconto degli avvenimenti di quello scorcio di tempo.
Questo è un romanzo storico, storico-realista. I dati che ci vengono offerti sono precisi, le storie che vengono raccontate sono tutte vere, le descrizioni dei luoghi sono perfette. Ciononostante il romanzo soffre di certe lungaggini, cliché di provincia, che forse sarebbe stato meglio evitare. Arrogarsi il diritto di dare voce a un’intera generazione, con la sua forza e le sue contraddizioni può risultare problematica e in qualche modo arrogante. Certo, ci sono cose nel libro che tutti i giovani italiani dovrebbero sapere del loro paese, della loro storia comune, che in fin dei conti, per davvero, nessuno te ne parla come dovrebbe.
La prosa della Ballestra è puntuale, semplice da assorbire, in qualche modo onesta in cui i duri termini del dialetto sambenedettese si accavallano in un ritmo che procede lento e costante, senza accelerazioni improvvise o colpi di scena. Direi che la scelta stilistica è giusta per raccontare una storia così, storie che hanno il compito di essere (non di sembrare) vere.
Il libro, (questo e pochi altri e l’affermazione che segue non è affatto una legge universale, anzi…) deve essere letto per le verità che racconta, non per la finzione letteraria. Si deve leggere esclusivamente per saperne di più.
In tre righe? A volte la provincia risulta essere molto più italiana delle grandi città, dove le contraddizioni e le colpe si mascherano a vicenda in una sognante illusione di molteplicità. Per questo, a volte risulta più dura e più vera di quello che generalmente si crede. Questo libro ne è la dimostrazione.
Voto: 7,5
Parole di Matteo Trevisani
























