Tiratori scelti
Autore: Emanuele Bianco
Fandango – pp. gg. 257 – euro 14 – 2010
L’idea non sarebbe stata male, ma più di qualcosa, nel modo in cui è stato scritto questo Tiratori scelti, non convince. Troppa fretta. Dell’editore di sfornare una novità, dell’autore di “essere scrittore”. Con buona pace di ciò che un tempo si chiamava Letteratura.
Affidando la narrazione alle voci dei protagonisti, Emanuele Bianco vorrebbe raccontare le giovani generazioni cresciute nelle banlieue nostrane; vorrebbe spiegare cosa significa essere figli dei terroni emigrati al Nord a centinaia negli anni ’50-60; vorrebbe rivelare le crude verità di cocainomani, spacciatori, delinquenti; vorrebbe mostrare il vuoto esistenziale e morale che si nasconde nello sballo, nei centri commerciali, nei suv. Ci riesce solo marginalmente poiché si tratta di un racconto senza racconto: le parole formano una sorta di flusso di coscienza in cui i personaggi annaspano, avendo ben pochi punti di riferimento a cui aggrapparsi. Pochi i dialoghi, scarsa l’ambientazione, pressocché inesistente l’azione. Troppe le pagine zeppe di riflessioni profonde (“Se una donna è sincera fino in fondo ti uccide, ma se non muori del tutto non potrai mai riaverti” [?]), fastidioso l’autocompiacimento per l’eccezionalità di quello che si va raccontando. Impossibile non scivolare, leggendo, nella calata tipica del Supergiovane milanese.
Il linguaggio e lo stile, in effetti, sembrano parodia di sé stessi, più che il frutto di quell’accanimento sulla pagina bianca con cui si cerca la misura giusta e personale del narrare, e che non si appaga di un facile e trito spontaneismo il quale, forse seducente per certo pubblico di lettori occasionali, manca della forza e dell’energia distruttrice che mostra solo nelle intenzioni.
Sarebbe stato davvero interessante leggere un bel romanzo sulle seconde generazioni di immigrati, che mescolasse le storie, i linguaggi, le origini, il degrado, il dolore e le felicità provvisorie di italiani marginali e nuovi italiani altrettanto marginali. Una sorta di nuovo Walter Siti, magari. Ma avere una storia da raccontare non basta, e se non c’è il genio, ahimè, resta solo il sudore della fronte.
Voto: 4
In tre righe: Viva i ghost writer
Parole di Myriam Pettinato
























