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Compagnia K di William March

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Compagnia K

Autore: William March

Castelvecchi – 2010 – 16,00€ - pp. 236

 

«Sventagliavo pallottole da una parte all’altra, seguendo le istruzioni.Tutto quello che mi hanno insegnato a credere sulla pietà, la giustizia, la virtù è menzogna», pensavo. «Ma la menzogna più grande sono le parole “Dio è amore”. È davvero la più orribile bugia che gli uomini abbiano mai inventato ».

Compagnia K, se uno ci si mette, scivola via in un pomeriggio. Ed è veramente meglio per voi che sia così, che se uno ci si mette a pensare per bene, agli uomini e alle storie che compongono questo strana antologia di racconti di William March che forma un romanzo complicato e geniale, finisce che si sente male. Si sente male perché uno mentre legge non se ne accorge, perché i racconti sono scritti con una maniera semplice e gentile, non si accorge di offire l'orecchio alle voci di ragazzi troppo giovani che devono fare i conti con un ambiente inospitale e rude, con l’assurdità di una guerra combattuta dall’altra parte del mondo, quindi una guerra assurda, incomprensibile, folle. Non ci si accorge di dover fare i conti con i morti.

Il libro è composto da 113 mini racconti che si intrecciano tra di loro formando una visione completa di uno scorcio del conflitto. 113 personalità che compongono la compagnia k << entrata in azione alle dieci e quindici pomeridiane del 12 dicembre 1917 a Verdun, Francia, e ha cessato di combattere la mattina dell’11 novembre 1918, vicino a Bourmont >>. 113 ragazzi che vivono la seconda guerra mondiale, gli scontri, le amputazioni, le fucilazioni a sangue freddo di prigionieri che sembrano, tutto d’un tratto, innocenti. Che devono vivere le atroci morti dei compagni, 113 anime che sono alle prese con una guerra che depersonalizza, che confonde i nemici e gli amici e fa riflettere sull’identità della razza umana. Che, da sopravvissuti, devono tornare da reduci in patria, che dovranno scontrarsi per sempre col marchio a fuoco della morte, del ribrezzo, del conflitto mondiale. Un orda scomposta di veterani (e quindi di storie di guerra) dispersi per un’America ingrata, che ringrazia solo a parole.

Gli scritti sono brevissimi, lapidari, composti con una semplicità assoluta, che fa male. Per questo la sensazione è di trovarsi di fronte a una specie di Antologia di Spoon River e al genio di Lee Masters, ma così non è. L’autore, William March, veterano, reduce della prima guerra mondiale, è stato da sempre osteggiato dalla classe militarista americana, che vedeva in lui un soldato contro la guerra. Ora è considerato uno dei migliori autori americani del novecento, e con tutte le buone ragioni del mondo.

Per questo dico di quei tipi che non fan altro che scrivere a casa. Non riesco a capirli. Sono un mucchio di frescacce. Chiunque se la prende per qualcun altro è uno stramaledetto cretino, se volete saperlo! Non me ne importa un accidente di niente al mondo: agguanta quel che puoi, dico, e non dar niente in cambio, se puoi farne a meno.

In tre righe: un libro necessario, per cercare di ricordare e fare nostra qualcosa non abbiamo mai vissuto.

Voto: 7,5

Parole di Matteo Trevisani

 

 

 

 

 

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Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 30 Giugno 2010 17:45 )  

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