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Doppia recensione de Nel segno della pecora di Murakami Aruki

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Nel segno della pecora

 

Autore:Murakami Haruki

Einaudi – pp. gg. 293 – euro 19,50 – 2010 

 

È stato tremendamente difficile chiudere Kafka sulla spiaggia, almeno quanto lo è stato per Tamura Kafka chiudersi alle spalle la porta di quel mondo sospeso fra sogno e realtà, resistere alla dolce tentazione della morte che insieme è madre e amante, e accettare di riprendere il cammino nella sua personale foresta, e crescere, vivere.

 

Ora che Einaudi ha nuovamente pubblicato il romanzo d’esordio di Murakami Haruki, Nel segno della pecora, anche noi riprendiamo il cammino nel suo mondo surreale, ritroviamo la sua scrittura nitida, piana, liscia e lucida come un laminato plastico che dissimula la vita onirica, l’esistenza profonda dei personaggi che continuamente pullula di metafore.

Tutti i romanzi di Haruki sono metafore, “metafore continuate” ovvero allegorie. Nel caso di Nel segno della pecora la lettera, la trama geniale e rigorosa come una tela di Fontana, affascina con il racconto di un’avventura, un viaggio rischioso e una ricerca assurda almeno quanto quella del santo Graal. Un giovane pubblicitario, una ragazza dalle orecchie bellissime e dotata di un intuito portentoso, un uomo vestito di nero, il Maestro, il Sorcio, Sardina, il professor Pecora e l’uomo-pecora: questi sono i personaggi senza nome o dal nome di animali come in una favola satirica. E non a caso, anche se il caso sembra essere l’altro grande protagonista del romanzo, che trascina le vite di uomini senza qualità in imprese straordinarie.

 

Il giovane pubblicitario (per caso) inserisce in una newsletter l’immagine speditagli da un vecchio amico di cui si erano perse le tracce, il Sorcio, e che ritrae un paesaggio montano dell’Hokkaido con un gregge di pecore. Una soltanto, con una macchia color caffè sul dorso, suscita l’inquietante interesse dell’uomo vestito di nero, stretto collaboratore del Maestro, ossia un potente e corrotto politico dal passato oscuro. Il protagonista viene quindi invitato – in cambio di denaro e della promessa di aver salva la vita – a partire alla ricerca della suddetta pecora. Impresa disperata trovare quel gregge, e addirittura quella precisa pecora, ma l’intuito della ragazza dalle orecchie bellissime non si sbaglia quando sceglie l’anonimo e deserto hotel Dolphin Hotel di Sapporo per la prima tappa del viaggio. Da qui l’incontro con il professor Pecora, e poi il Sorcio, le loro esistenze annientate dall’incontro con la pecora che passa di corpo in corpo per portare a termine il suo progetto di “cambiare gli esseri umani e il loro mondo”.

 

La debolezza e l’arroganza, la sofferenza e le lusinghe di una vita facile. È la vecchia storia dei leoni e delle pecore, e delle pecore che si trasformano in leoni per difendere il diritto ad amare la propria fragilità.

 

«- Cosa ti ha chiesto la Pecora?

- Tutto. Tutto quello che avevo. Il mio corpo, i miei ricordi, le mie contraddizioni, la mia stessa debolezza… è questo che le piace. (…)

- E in cambio cosa ti offriva?

- Qualcosa di tanto bello che era sprecato per me. (…)

Era come finire in un crogiolo che inghiottiva ogni cosa. Bello da impazzire, ma maledettamente vizioso. Una volta aspirati lì dentro, si perde tutto. La volontà, la scala dei valori, l’emozione, la sofferenza, ogni cosa… È una forza paragonabile a quella che un giorno ha dato origine a ogni forma di vita.

- tu però alla fine l’hai respinta. (…)

- Preferivo la mia debolezza. La mia tristezza e la mia capacità di soffrire. La luce dell’estate, l’odore del vento, il verso delle cicale. Sono queste le cose che mi piacciono, non ci posso fare niente. Come bere una birra con te…»

 

 

Voto: 9

 

In tre righe: Tamura Kafka rimane sempre il quindicenne più tosto del modo. È una metafora.   

Parole di Myriam Pettinato

 

 

Nel segno della pecora

 

Autore:Murakami Haruki

Einaudi – pp. 293 – Euro 19,50 -2010

 

Per chi è un amante della letteratura giapponese, la ripubblicazione da parte di Einaudi di Nel segno della pecora di Murakami Haruki è stato senza dubbio un evento imperdibile.

Il terzo romanzo dello scrittore giapponese, infatti, pubblicato per la prima volta nel 1982, da anni era fuori catalogo, irrecuperabile, praticamente scomparso.

 

Questo romanzo ha tutti i connotati dell'inconfondibile stile di Murakami: una prosa asciutta, precisa, fatta di frasi brevi che cercano, loro malgrado, di spiegare l'inspiegabile. È questa la dote principale di Murakami, scofinare nel mistico senza un linguaggio esoterico, ma al contrario, accessibile a chiunque. I personaggi sono quantomeno bizzarri (ed è un eufemismo), tratteggiati leggeri sulle pagine, sono donne che portano tutta la loro essenza nelle loro orecchie magiche, autisti cristiani che parlano al telefono con Dio, vecchi professori che si lanciano in fitte disquisizioni sulla scienza dell'allevamento degli ovini che, a dire la verità, risultano quasi inutili.

 

Lo stile è inconfondibile certo, ma, si capisce, lo stile non basta.

 

Per chi ha amato i lavori più maturi, su tutti Tokjo blues e L'uccello che girava le viti del mondo, non può non provare una certa delusione davanti al rapido finale di Nel segno della pecora.

Il destino del protagonista, infatti, legato a doppio filo alla ricerca per il nord del giappone di una particolare pecora con potentissimi poteri mistici, non si presta a una fine spiegabile, e questo non è di per sé un male. Il bello della scrittura di Murakami è che durante tutto il romanzo l'assurdità della storia ti sembra assolutamente possibile, non ci vedi mica niente di strano in questo, i personaggi che popolano il romanzo sono piuttosto convincenti, delicati, mai forzati.

Fosse per te continueresti pure a crederlo possibile, ti viene in mente che in fin dei conti è questa la storia dell'uomo, perché Murakami ti convince di questo, tutti sono alla ricerca di qualcosa che si è perso, di qualcosa di assurdo, appena incominci a chiederti che cos'è quella cosa che anche tu devi uscire fuori a cercare, e che devi trovare a tutti i costi, ecco un finale davvero troppo rapido e senza nessuna certezza si abbassa come una fredda scure su tutte le possibili e plausibili spiegazioni della storia che ti eri creato con tanta fatica.

 

L'illusione finisce appena capisci d'essere arrivato all'ultima pagina, non va oltre. Non ne fai una colpa allo scrittore, si capisce subito di essere davanti a uno dei lavori della giovinezza. La leggibilità del romanzo sta nella sua leggerezza, nelle sue ingenuità. Ciononostante trovo l'opera poco omogenea nella trama, e poco convincente riguardo un quantomeno deludente finale.

 

È un libro consigliato e consigliabile, in fin dei conti, a quei lettori che come me hanno gioito di fronte ai racconti di Tutti i figli di Dio danzano e hanno storto il naso di fronte a Dance Dance Dance, e che ora aspettano l'inevitabile ripubblicazione del romanzo d'esordio dello scrittore giapponese, Ascolta la canzone nel vento. Sono convinto che ripartendo da lì si capiranno molte cose.

 

 

In tre righe? È un libro consigliato e consigliabile, in fin dei conti, a quei lettori che come me hanno gioito di fronte ai racconti di Tutti i figli di Dio danzano e hanno storto il naso di fronte a Dance Dance Dance

 

Parole di Matteo Trevisani

 

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